Pop history #02 – Diana Ross

di Marco Chelo
Pop history #02 - Diana Ross

Era il 12 Gennaio 1959 quando Berry Gordy fonda a Detroit l’etichetta Tamla Records, nome cambiato solo pochi mesi dopo diventando la leggendaria Motown, in onore proprio della città dei motori americana, la motor town.

Nasce qui nei ghetti della capitale dell’industria automobilistica la famosa casa di produzione musicale grazie al suo illuminato creatore che va a caccia di talenti per la nascente new black music.

Ed è proprio in questi anni che gli si presenta davanti una giovane ragazza figlia di un soldato e un’insegnante.

La mamma ed il papà volevano si chiamasse Diane, ma per un errore di trascrizione all’anagrafe il suo nome diventa Diana.

Sogna di fare l’attrice o di entrare nel mondo dello spettacolo e lasciare la cupa Detroit.

Il suo sorriso e la sua chioma non possono lasciare indifferente Gordy, ma è quando inizia a cantare che il produttore capisce che si trova di fronte ad una star, tanto da farla diventare subito front woman della band femminile appena nata, le Supremes.

Pop history #02 - Diana Ross 2

Inizia così la storia di Diana Ross, una delle più grandi  leggende della musica.

Con le Supremes arriva presto il successo attraverso “Stop,in the name of love” o “You keep me hanging on”, giusto per citare solo alcuni dischi che saranno ripresi anche nei decenni successivi da altri artisti.

Dopo quasi 10 anni, agli inizi degli anni ’70, Diana Ross inizia la sua carriera da solista sempre prodotta dalla Motown e sarà una escalation di successi, da “Ain’t no montain high enough” (già fonte di ispirazione di un articolo l’anno scorso dedicato alla morte della giovane Luana), passando da “Upside down” , “You’ re my everything”, “I will survive” o alla più moderna “Endless love“.

Inizia un nuovo modo di fare musica e di vivere, si parla di Motown Sound e Motown Style.

La sua sarà una continua evoluzione musicale che però non abbandona le origini soul e blues, diventando ispirazione per altre voci femminili tra le quali, per loro stessa ammissione, Jennifer Lopez o Beyoncé che addirittura la interpreterà nella serie TV dedicata alle Supremes.

E sì, perché ciò che rende leggendaria Diana Ross è stato riuscire a rendere apprezzata dal mainstream internazionale un tipo di musica nato nel ghetto della nera America attraverso un incrocio di sonorità, di farla diventare un modello musicale e sociale.

Sembra scontato oggi poterlo raccontare con una scioltezza narrativa, ma dobbiamo contestualizzare gli eventi.

Stiamo parlando di un periodo violento e razzista, parliamo dell’America del KKK, dell’assassino di Martin Luther King, delle scuole per bianchi.

Per questo la parola che mi viene in mente parlando di lei e della sua storia è inclusione, ritenendola in pieno la sua rappresentazione umana, intesa nel senso letterario e sociale, ossia includere all’interno di un gruppo o di un insieme e far sentire accolto chi viene fatto entrare.

Ne è stata capace attraverso il suo modo di essere, attraverso la sua voce: basta vederla cantare “Love Hangover” al Midnight Special del 1976 per rendersene conto, oppure ascoltare “The Boss” rivisitata a metà anni ’90 da uno dei più grandi Dj producer, Dimitri from Paris, rispettoso della sua versione originale riconoscendo l’importanza avuta da questa canzone 20 anni prima.

Dischi capaci di far ballare generazioni di ogni età, orientamento sessuale e colore della pelle.

Personalmente ritengo l’inclusione un caposaldo non solo sociale come valore cui ambire, ma anche il basamento su cui costruire una cultura della sicurezza incentrata sulla vita delle persone.

Parliamo spesso di coinvolgimento nelle organizzazioni, ma ritengo che il termine più corretto oggi, se pensiamo ad un ambiente sano e sicuro, debba essere per forza inclusivo ed accogliente.

La sicurezza inoltre non esclude, a differenza di quanto l’anno passato e l’inizio di questo anno invece ci raccontano.

Sembra quasi che vivere e lavorare siano infatti diventati un’esclusiva in troppi sottoboschi del lavoro, tra dinamiche di ogni genere, alla ricerca forse del profitto o forse per mancanza di cultura safety, contiamo le morti sul lavoro. E basta con il pensiero classico di ogni fine anno, di quelli che dicono che le morti sul lavoro sono i soliti in termini di numeri.

Nel 2021 abbiamo visto morire ragazzini di 18 anni, giovani mamme, persone a pochi giorni dalla pensione, abbiamo letto e visto di famiglie intere morte su una funivia durante una giornata che doveva essere di relax e solo un miracolo ha evitato che una gru non compisse una strage a Torino. Tutto questo mentre crollano ancora ponti e strade.

Per questo non mi stancherò mai di urlare che la sicurezza va condivisa come la musica di Diana Ross, icona mondiale, capace ancora oggi di farci ballare e sognare, di includerci in un mondo ubriaco di amore e non di follia.

Dedicato al giovane Lorenzo, morto solo pochi giorni fa nell’alternanza scuola lavoro, alla sua famiglia, perché  una società che tale vuole definirsi non può permettere che ciò avvenga.

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