Do the evolution

di Stefano Pancari
do the evolution
La rivoluzione è evoluzione? A mio parere sì, magari è un processo non lineare, improvviso e di rottura, ma di sicuro è una transizione da un qualcosa in qualcos’altro. La semantica del termine gli dà un’accezione negativa e magari ci vengono in mente i francesi ottocenteschi con le loro lame affilate, ma non tutte le rivoluzioni hanno fatto scorrere sangue.
Il mondo cambia e noi cambiamo a prescindere dalla modalità. Il punto è se il cambiamento ci porta ad un qualcosa di migliore oppure no.
 
I Pearl Jam se lo sono domandati a più riprese, anche nell’ultimo album Gigaton, ma la stessa domanda se la posero ben 20 e più anni fa nel loro quinto album Yeld. Fino a quell’anno il carisma di Eddie Vedder aveva preso la scena nel bene e nel male. Eddie lo prendo spesso come esempio perché sono tra quei milioni di persone che vedono in lui una fortissima leadership. Proprio in occasione della composizione di quell’album, rendendosi conto che il suo carisma poteva essere schiacciante per i restanti membri del gruppo, chiese agli amici di palco di portare materiali su cui lavorare, in controtendenza con i lavori precedenti. Ne uscì un album molto forte, forse l’ultimo che chiuse la magia del grunge targato anni ’90.
 
Tra i brani che spiccano è da citare Do the evolution in cui i ragazzi di Seattle raccontano l’evoluzione dell’essere umano come una involuzione. Sono avanti, sono avanzato / Sono il primo mammifero a concepire dei piani / Ho strisciato sulla Terra ma ora sono più in alto / Guarda il 2010 andare a fuoco / È l’evoluzione tesoro.

 

do to evolution

 

Dove ci sta portando l’evoluzione? Non basta cambiare cavalcando l’onda della tecnologia o della moda del momento per dire che domani staremo meglio. Noti i pro dello smart working, quali sono i contro? Molti guru (autocertificati) del mondo Human Resources, fashion victims dei tempi moderni, restano muti di fronte all’incompatibilità tra un contratto di lavoro basato sul tempo e la cultura del lavoro per obiettivi. Quali sono le tensioni che si creeranno tra management e operativi? Quali frustrazioni vivrà il management quando gli obiettivi non saranno rispettati? Non mi dire che non abbiamo pensato al fatto che un obiettivo toppato equivale a giusta causa per il licenziamento? Su questi aspetti, e non solo questi, mi sono confrontato questa settimana con un noto avvocato in una room di Clubhouse di Forbes. Parliamo di benessere nello stare a casa e poi sempre più persone dicono che a casa si lavora di più e si inneggia al diritto di disconnessione. Posto che questo diritto sia lecito, dove va a finire lo spirito di confronto e collaborazione? Parleremo ancora di team o di lavoro individuale? Dove finirà l’apporto di guida di un leader ed il suo contributo di crescita alla persona? Io sono tra quelli che ha piacere ad incontrare gli altri, pranzare insieme, conoscerci come persone oltre che colleghi. Avrà più senso parlare di clima aziendale? It’s evolution baby.

Ne ho già parlato un paio di settimane fa e ribadisco che la crescita dell’umanità è un’evoluzione positiva. Penso che lo smartworking sia una buona evoluzione se utilizzato a dosi. Le anime rock danzano su un’ideale di socialità ben lontano dal virtuale che si concretizza nei concerti: possiamo scatenarci a casa con il volume altissimo, ma amiamo stare insieme, ci scateniamo, sudiamo e magari poghiamo. È la carnalità della vita che ci fa sentire vivi e che ci dà conferma dell’esistenza. Preferisco avere dieci veri amici e 1k di follower. Preferisco impegnarmi perché il mio ambiente di lavoro generi appeal e attrattiva a una vita su Zoom. La mia vita è reale e nella realtà si gioca la mia salute. It’s evolution baby.

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