Siamo i campioni amico mio

di Stefano Pancari
Siamo i campioni amico mio

Alla fine la Cenerentola d’Europa se ne andò con il ghigno e con una coppa tra le braccia al cospetto delle spocchiose sorellastre Francia e Germania, ma soprattutto lasciandosi alle spalle la presuntuosa matrigna Inghilterra. A pensarla bene con i panni della sguattera ci hanno messo dal punto di vista finanziario perché come l’Italia dimmi cosa c’è di meglio: parco monumentale impressionante, coste da urlo, biodiversità che ci permette di avere una cultura enogastronomica ineguagliabile e quei lampi di genio che, se fossero meglio sfruttati, ci farebbero tornare ai fasti del Rinascimento. Questa è la botta di orgoglio nazionale che domenica i gladiatori dello sport ci hanno regalato.

A vincere è stato l’uomo, l’impresa di Matteo Berrettini ci ha dimostrato che per vincere non sempre dobbiamo alzare una coppa. Un uomo, solo nel silenzio del tempio del tennis, ha affrontato a viso aperto il Golia di quello sport, quel Novak Djokovic che nella sua disciplina è l’equivalente di Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. Abbiamo esultato tutti per Matteo perché è stato chiaro che sull’erba di Wimbledon ha dato tutto sé stesso e ha trasformato una passeggiata di salute per il serbo in una battaglia fino all’ultimo colpo. La sua storia deve essere raccontata a coloro che pensano di ottenere qualcosa con il minimo impegno, quelle sì che sono sconfitte su cui recriminare qualcosa. Nella sfida della sicurezza sul lavoro non serve agonismo, ma l’impegno, la preparazione e la voglia di battere quella cultura che risponde colpo su colpo alle nostre azioni. Se la cultura fosse come Novak poco importa, la partita in questione è un gioco infinito e la nostra perseveranza la sfiancherà.

 

siamo i campioni amico mio

In serata da Wimbledon ci siamo spostati a Wembley. Ho vissuto come tanti quella sensazione di potercela fare. Eppure avevamo 75000 persone contro (variante delta, questa sconosciuta per una sera) insieme alla squadra che si professa come l’inventrice del calcio. In effetti dopo 120 secondi mi è parso che quella sensazione si sgretolasse come un castello di sabbia al sole. Non avevo fatto i conti, però, con il motivo che aveva fatto nascere quella sensazione. Avevamo una squadra senza fenomeni come i Dei del calcio già citati e quel Kane che aveva la squadra avversaria, ma avevamo qualcosa in più. Un leader come Roberto Mancini ha fatto vivere al proprio team una visione, coltivata in tre anni e su quella hanno posto le basi per l’impresa. Di questa finale europea ci resteranno le immagini di Spinazzola in campo nonostante le stampelle, le lacrime di Chiesa per non poter dare più il suo apporto, la grinta dei leader sul campo come Bonucci e Chiellini, ma soprattutto gli abbracci di fine gara di Gianluca Vialli. Questo è lo sport. Questa è la vita, un bagaglio di ricordi fatti di emozioni.

 

siamo i campioni amico mio

In Azienda coltivare una visione e lavorare incessantemente sul legame tra coloro che compongono il team genera quell’energia e quell’emotività che trasformano dei comuni mortali in Rocky al cospetto di Ivan Drago. L’aspetto umano in un’Organizzazione è ciò che ci permette di affrontare al meglio le nostre sfide, molte volte ci permette di vincerle, ma la vittoria più importante è mostrarci a noi stessi e agli altri come essere umani è ciò che di più bello possiamo rincorrere in questa vita.

We are the champions my friend.

1 commento

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Michele 26 Luglio 2021 - 21:54

Bella Ste…belle parole e concetto vero. La forza del singolo non vale mai quella del gruppo.

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