Quando l’idealismo rema contro

di Allegra Guardi

Ultimamente, sia sul lavoro che fuori, sono successe davvero tante mostruosità. L’ultima, nel momento in cui scrivo, un bambino di 3 anni morto dopo essere stato investito da un uomo con la patente revocata e “già indagato per lesioni stradali gravissime e guida senza patente”. Lo stesso giorno ho letto della morte di almeno tre lavoratori in due incidenti diversi.

Del delitto del Mottarone preferisco non parlare per non ripetermi rispetto alle tante cose che sono già state dette e scritte da altri, anche più competenti di me in materia di prevenzione.

E se già delle vite tranciate prematuramente non fossero un dramma sufficiente, arriva la mazzata definitiva delle motivazioni. Si è parlato molto di soldi come forza motrice, ma io non sono d’accordo. Prima ancora dei soldi, c’è una scelleratezza e un’incoscienza diffusa. La gente ha sempre ucciso per il denaro, lo fa anche solo per 50 euro scarsi rubando portafogli nei vicoli. Il punto è che chi ti pugnala in un vicolo ha perfettamente chiaro quello che ti sta facendo, sa che ti sta uccidendo o comunque ferendo gravemente. Il problema è la più sconsiderata inconsapevolezza di ciò che altri stanno realmente causando nel momento in cui compiono certe scelte mettendo l’interesse economico al primo posto.

La gente muore e i “perché” sono così futili.

Ho dubitato, lo dico sinceramente. Ho messo in discussione tutto quello che stiamo facendo e per cui stiamo lottando. Perché di fronte ad una cultura così diversa da quella che stiamo cercando di costruire, mi sono sentita piccola e debole. Mi sono chiesta: possiamo davvero sconfiggere un nemico così forte e così radicato?

Probabilmente no. Ma possiamo ribaltare le proporzioni. Se adesso i nostri interventi sono gocce limpide nel mare nero della non-cultura, l’obiettivo è arrivare a nuotare in un mare trasparente turbato solo qua e là da sempre più rare gocce sporche.

Se il male non si può eliminare del tutto, si può sempre aumentare il bene.

Eppure non mi basta. Oggi faccio fatica a farmelo bastare. Lo vedo un risultato troppo lontano.

Sto facendo i conti con la mia indole idealista. Ma gli idealisti non cambiano il mondo. Cercano la perfezione e non trovandola rinunciano. Se non possono avere il bianco, non si accontentano del grigio e alla fine lasciano il nero.
No, il mondo non lo cambiano gli idealisti. Lo fanno i disillusi: chi con l’amaro in bocca ha imparato a conviverci, chi sullo stomaco non ha solo il pelo ma una folta e ispida pelliccia.
Ma anche la disillusione ha il suo rischio: quello di diventare sordi al dolore, ciechi alla bruttezza. Quello di adagiarsi troppo dietro allo scudo dei “tanto è sempre così”.
Questo per me non lo voglio.

Si può diventare un disilluso idealista? Avere il realismo e la forza di chi non si illude che la neve posata a terra rimanga immacolata, ma mantenere il potere emotivo di indignarsi e arrabbiarsi con chi la calpesta con noncuranza.

Forse è questo il mix a cui puntare: più pelo sullo stomaco, ma più fuoco nel cuore.

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1 commento

Stefano P. 7 Giugno 2021 - 10:41

Sono riflessioni che ho fatto anche io dopo la tragedia del Mottarone, perché chiaramente di più impatto (e non solo mediatico); ha portato alla luce un _modus operandi_ ancora molto diffuso ma che di solito fa un solo (!!) morto o infortunio. Mi sono interrogato a fondo su cosa posso fare, su cosa si può fare in generale. Purtroppo è un MIX radicato di ingredienti talmente ancestrali che davvero risulta sempre come “non cambierà mai nulla”. Una ricetta della nonna, per intenderci. Bene, NOI dobbiamo portare innovazione e revisione in questa ricetta. Dobbiamo cambiare dal basso le abitudini, è nostro dovere lavorare su chi può perderci la vita, su un tornio, su un orditoio, su un ponteggio, un tetto, una funivia. E quando arriveremo a trovare un lavoratore, dipendente, preposto, dirigente che dirà “NO”, allora avremo aperto il primo limpido cm di acqua cristallina.

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