Magari ci fossero i Maneskin della sicurezza

di Stefano Pancari

Metto subito le cose in chiaro.

Non guardo X-Factor ed in generale i talent show li vivo con una certa sofferenza visto che, insieme ai social, hanno ammazzato quella sana cultura dello scoprire un artista in un locale e, dal lato degli artisti, permettersi di farsi le ossa. Questo per dire che i Maneskin li conoscevo di nome, o poco più, per poi scoprirli come molti a Sanremo.

Li ho visti sempre di buon occhio, la canzone “Zitti e buoni” non aveva certo tracciato un nuovo corso del rock, ma era pur vero che il rock aveva vinto a Sanremo. Un po’ come un goal dell’Italia alla finale dei mondiali, ho esultato quando ho saputo che avevano vinto all’Eurovision e qui ci metto un po’ di sano patriottismo. La loro ascesa di lì in poi è stata gigantesca e, nel mentre sul web si leggeva di tutto, mi sono fatto una mia personale idea.

Di sicuro la macchina di marketing e sponsorship dietro al quartetto romano è di quelle da colossal, ma è anche vero che chi li ha scelti per questa operazione, Manuel Agnelli compreso, non è che ha scelto un gruppo a caso come la sorpresa dell’ovino Kinder. Hanno scelto loro, punto. Fatta questa premessa, ho ripetuto a più riprese che avrebbero dimostrato di che stoffa erano fatti con l’album che sarebbe venuto dopo Coachella, i Rolling Stones, premi di qui e interviste super di là. Finalmente eccoci al banco di prova con l’album Rush.

È un album che lo ascolto volentieri, non potrebbe essere diversamente. Le sonorità sono fatte a posta per entrare in testa, il basso e la cassa sono pronte per buttare tutti i brani in dancehall.

Farina del loro sacco? Mentre Fabrizio Ferraguzzo era all’opera a Roma, gli hanno affiancato Max Martin. Secondo le parole di Andrea Rock, Martin è il terzo autore di hit nella storia della musica dopo, reggiti forte, John Lennon e Paul McCartney. Chapeau!

Non è il rock graffiante, non è il rock sincero, non è il rock dei grandi ideali, ma è un prodotto destinato a ottenere chissà quanti ancora dischi di diamante e, secondo me, vedremo i quattro ragazzi ai Grammy. Quel che stride in questo prodotto pop rock è l’incoerenza tra il loro “non usare droghe” con dei testi ricchi di cocaina e sballi. C’era già la trap a inneggiare questa roba… che noia!

L’unico testo che mi dà qualcosa è dell’italianissima Il dono della vita di un Damiano che vorrebbe rinascere dalla cenere per dare una mano alla madre stanca. Bel messaggio.

Per il resto penso che oggi i Maneskin rappresentino la trasgressione di questi tempi, l’emblema della libertà e del sesso fluido, la rottura dello status quo dei giovani e forse non abbiamo una cognizione della società abbastanza profonda per comprendere perché piacciono così tanto. Del resto è sempre stato così nei passaggi generazionali e, ci piaccia o meno, gran parte dei lettori di ROCK’N’SAFE sono dei diversamente giovani.

Penso però una cosa. Che sia finto rock e un prodotto commerciale ci sta, ma è anche pacifico che le chitarre sono ritornate ad essere imbracciate dai giovani e questo fa ben sperare. Pensa se accadesse qualcosa del genere nel mondo della sicurezza sul lavoro. Pensa se arrivasse domani un pincopallo che, sponsorizzato, pompato, esaltato dai media, impattasse sulla cultura della sicurezza al punto da penetrare anche nelle più indifferenti menti sul tema.

Scommetto una serata al cinema con te che ci sarebbe un’orda di haters, una valanga di critiche e di restauratori della comunicazione “come si deve”. Non mi vedrai saltare su quella curva dello stadio. Credo che ognuno di noi possa far la differenza attraendo persone ad una consapevolezza su cosa voglia dire comportarsi in modo sicuro.

E se domani arriverà qualcuno che riuscirà, non solo ad incantare le aule, ma a portare la sicurezza sul lavoro in mainstream, mi vedrai saltare entusiasta sotto il suo palco.

Ma magari ci fossero dei Maneskin a promuovere la cultura della sicurezza!

 

 

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