L’isola che non c’è

di Gianmarco Guerrini
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L’isola che non c’è” non è proprio un pezzo rock, ma comunque una delle canzoni che hanno segnato il cantautorato degli anni Ottanta e anche la mia adolescenza. Per molti aspetti la trovo ancora molto affascinante e mi dà consapevolezza che i sogni non sono fatti solo per i bambini.

Questo luogo immaginario cantato da Edoardo Bennato rappresenta proprio la ricerca di qualcosa che sembra difficile da raggiungere ma che è in realtà sempre a portata di mano. Uno stimolo a sognare a credere nei progetti e nei pensieri, a portare avanti idee e visioni, a guardare oltre gli schemi, per poter in qualche modo arrivare effettivamente a quell’isola, raggiungibile solo per chi crede profondamente di poterla raggiungere.

Il parallelismo che ho scelto per scrivere questo articolo vuole rappresentare da una parte la convinzione di credere in un sogno che può realizzarsi e trasformarsi in un progetto concreto, volto a cambiare schemi chiusi e obsoleti; e dall’altra un luogo immaginario che vorrebbe essere l’ambiente di lavoro ideale, all’interno del quale l’uomo è considerato un valore assoluto.

Parlare di sicurezza, salute e benessere nei luoghi di lavoro, senza allinearsi allo status quo che spesso la nostra società ci ha abituato a seguire, ma percorrendo logiche non convenzionali, è un po’ come credere e seguire la “seconda stella a destra”. Stella che in pochi seguono e per questo non solo non riescono a vedere nuovi orizzonti, ma non raggiungeranno mai l’isola, che rimarrà, per loro, l’isola che non c’è.

Anche questo blog vuole essere un po’ la seconda stella a destra, un cammino diverso per aggirare quell’ostacolo culturale che nel tempo non ci ha fatto ancora prendere la consapevolezza che in azienda non servono i cartelli “ATTENZIONE PERICOLO” se non appesi con coscienza per quello che rappresentano oltre la norma.

Ho sempre sostenuto che star bene in azienda vuol dire innanzitutto lavorare in sicurezza. Chi legge questo articolo, in modo spontaneo, penserà subito alla propria posizione, ma ogni ambiente di lavoro ha rischi diversi e, più l’esposizione è alta, più è difficile avere la certezza dell’incolumità dell’uomo. Possiamo dire, purtroppo, che non proprio tutto è sempre evitabile, nonostante l’attenta applicazione della legge, ma questo non deve essere un presupposto per poter dire: “quello che dovevo fare l’ho fatto”.

Il cambiamento consiste proprio in questo: riuscire a pensare oltre la norma, sensibilizzando l’ambiente di lavoro alla percezione del rischio, ripensando la risorsa come uomo e non solo come entità produttiva. Se riusciamo a cambiare questo paradigma potremmo pensare di essere sulla strada giusta, puntando sempre di più ad un ambiente di lavoro realmente sostenibile, etico e coscienzioso, fondato sull’ascolto e la conoscenza delle proprie persone, facendo percepire alle stesse anche la vicinanza dell’azienda.

Non voglio cadere nel paradosso ed è ovvio che tutto quello che serve a mantenere alta l’attenzione verso un possibile pericolo debba rimanere indispensabile, ma, visti anche i risultati sempre più preoccupanti dobbiamo far crescere la convinzione che non sia sufficiente.

Quando parliamo di cambiamento culturale non è mai semplice, perché è poco tangibile, un po’ come la nostra isola immaginaria. Serve allora cambiare il sistema attraverso soluzioni più dirette. Una gestione anche da parte degli uffici HR che si basi non solo sul dato finale, perché prima del dato c’è una persona. Non possiamo parlare di “engagement” senza prendersi cura delle proprie persone, perché ogni persona dovrà sentirsi parte dell’azienda.

Forse questa è proprio l’isola che non c’è?

Questo breve scritto, vuole essere anche un messaggio di speranza, perché ci sono momenti e situazioni nelle quali, in qualche modo, possiamo davvero raggiungere quest’isola, l’importare è crederci e non adeguarsi al sistema, quindi anche se “…ti prendono in giro se continui a cercarla, non darti per vinto, perché, chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle, forse è ancora più pazzo di te”.

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Viviana Albania 29 Novembre 2020 - 14:45

Mi ricorda Edgar Lee Masters: “Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio. Una barca che anela al mare eppure li teme.” Una barca diretta all’isola che non c’è…

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