L’addestramento: meglio nascere imparati

di Stefano Pancari
L’ADDESTRAMENTO: MEGLIO NASCERE IMPARATI

Sono stato a molti concerti nella mia vita. Ho visto le dita di The Edge scorrere sui tasti della chitarra, gli assoli di Slash, le sviolinate di David Garret, Flea slappare con il suo basso e Taylor Hawkins salire in cielo con la sua batteria. Ne ho visti tanti e molti di loro anche più volte ma, a discapito di molti che lo pensano, io non sono un musicista e di certo non avrei potuto imparare soltanto guardandoli.

Nella tarda adolescenza ho avuto un flirt con la chitarra. Ne avevo due, una classica e una folk, ma nella miriade di interessi di quegli anni quella sarebbe stata una passione che avrebbe dovuto farmene mettere da parte molte altre, quindi l’ho abbandonata. “Brava Foca” direbbero, più o meno, a Firenze. Avrei voluto tutto e subito, ma saper suonare avrebbe richiesto dedizione, studio e tanta, tantissima pratica. Io semplicemente strimpellavo di tanto in tanto.

Red Hot Chili Peppers – Live in Rome 2017

La pratica, la ripetizione dei fondamentali e un mentore, insegnante o chiamiamolo come meglio ci pare, sono alla base dell’apprendimento. Possiamo essere i massimi cultori di qualcosa, ma finché non la mettiamo in pratica non potremo mai dire di conoscerla a sufficienza. Questo vale per tutto ciò che sappiamo fare, dal suonare uno strumento a qualsiasi sport, ivi compresa la leadership. Lo stesso vale per il saper lavorare. Molti sanno, ma in pochi si ricordano che nel buco più buio e sperduto della Divina Commedia della sicurezza sul lavoro qualcuno ha detto e scritto che l’addestramento è un pilastro della vita lavorativa di una persona.

Diciamocelo pure, è un’ovvietà. Puoi guardare tutti i tutorial di YouTube, ma se non provi e provi di nuovo e provi ancora quel qualcosa non potrai mai dire di saperlo fare e di averci familiarizzato. Il legislatore però ha pensato bene di scriverlo come obbligo di legge perché in qualche modo l’italiano medio sembra dilettarsi nell’interpretare il Lucignolo di turno infischiandosene delle regole. Tanto viviamo nel Paese dei balocchi.

Il fatto è che nel tempo ha sempre più brillato la stella della formazione, fratello maggiore dell’addestramento. Per carità, è sacrosanto formare le persone e abbiamo speso pozze di inchiostro e punte di calamai anche in questo magazine per parlarne. La formazione è stata bene disciplinata, almeno sulla carta. Oggi sappiamo chi sono le persone destinatarie, chi sono gli untori che hanno la responsabilità di contaminare, quante ore dobbiamo stare in aula e quali temi dobbiamo affrontare. Ci manca solo che mettano per legge come disporre i banchi nell’aula e poi veramente ci avranno detto proprio tutto.

Il fratellino addestramento, invece, ha delle regole? Macché. Sì, nel 2012 è stato preso un manipolo di attrezzature delinquenti sulle quali ci hanno spiegato il come e cosa fare in termini di addestramento. Per il resto abbiamo un titolo terzo della già citata Divina Commedia che chiede, anzi obbliga, di addestrare i lavoratori che utilizzano “tutte” le attrezzature, ma senza indottrinare datori di lavoro e giullari della sicurezza su cosa effettivamente fare. Mi ricorda la formazione ante 2008, quando era il far west e ognuno decideva il da farsi secondo propria (in)coscienza.

Ecco che, mentre le nubi dell’incertezza tuonano sulla testa dei soliti giullari tra formazione di preposti e datori di lavoro, arriva Bruno Giordano che come il Dio Odino ci rammenta del figlioletto addestramento e dell’importanza della registrazione dell’attività condotta. Ecco, se la formazione è diventata negli anni Thor, il figlio macho di Odino, penso che sia calzante pensare che l’addestramento al massimo sia il fratello bipolare e sfigatello Loki.

Non sarà certo qualche ora ad addestrare una persona. L’addestramento è un percorso in cui impari prima osservando, poi passando il cacciavite al maestro e via via, stringendo vite dopo vite, arrivando ad essere autonomi nella costruzione del pezzo. Quanto saremo più duri di comprendonio, quanto meno abile sarà il nostro maestro, quanto più durerà l’addestramento. Certo è che il nostro maestro dovrebbe avere la pazienza di Miyagi, ma soprattutto avere il tempo necessario per starci dietro perché, se come per il preposto dovesse essere anche operativo con le proprie attività, credo proprio che l’addestramento durerebbe il tempo di un lampo di fulmine.

Diversamente, meglio nascere “imparati”.

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