La vita appesa a istanti di casualità

di Stefano Pancari

A volte è questione di istanti e di casualità.

Uno dei momenti migliori della mia giornata è quella manciata di minuti che impiego la mattina per portare all’asilo nido la mia piccola Nora. Ci prepariamo e scendiamo di casa, la mia grossa mano avvolge la sua sul marciapiede, ci mettiamo in macchina e partiamo. Il viaggio dura pochi minuti, ma ha quell’intenso sapore del rapporto intimo padre e figlia: io alla guida e lei dietro sul seggiolino protetta dalla sua cintura di sicurezza. La vedo con la coda dell’occhio dallo specchietto retrovisore, le parlo e lei mi risponde con versi che assomigliano a parole, mentre sullo sfondo suona Virgin Radio. La piccola strada dove si trova l’asilo nido non offre un granché di parcheggi, per questo lascio in sosta l’auto in una strada vicina, molto più grande e trafficata. Scendo di macchina, slaccio la sua cintura, la prendo in collo e ci incamminiamo verso l’asilo nido. Spesso devo attendere sulle strisce pedonali aspettando che un essere umano, mutato in autista, mostri ancora la sua umanità rispettando la precedenza dei pedoni. Tutti gli altri sfrecciano incuranti nonostante ti vedano con un fagotto paffuto in collo. Finalmente attraversiamo e a pochi passi ci ritroviamo alla porta di ingresso.

Questa è anche stata la piacevolissima routine di qualche mattina fa, ma solo per una questione di istanti la storia sarebbe potuta cambiare… per sempre. Pochi secondi dopo aver attraversato la folle strada, un rumore stridente seguito da un sordo boato ha interrotto il nostro idillio mattutino. Arrivava dalle spalle e istintivamente ho stretto a me la piccola, poi mi sono voltato. A pochi metri da me c’era il già relitto di un grosso scooter che si era appena scontrato sulla fiancata di un’automobile che non aveva rispettato lo stop. D’un tratto un silenzio ovattato e incredulo ha avvolto la strada, interrotto poco dopo dalle voci dei primi passanti. Ho cercato con lo sguardo ed ho visto sull’asfalto un uomo con il casco integrale steso per terra, con le gambe piegate in modo innaturale così come le braccia. Non c’erano tracce di sangue per terra, ma l’uomo era lì inerte. Non chiedetemi il motivo, ma il mio sguardo si è concentrato sulla nutrita pancia ed ho visto che si muoveva: respira, è vivo.

Nora era ancora in braccio e ho preso con la mano libera il cellulare chiamando i soccorsi. Nella vita spiego agli altri cosa fare in caso di emergenza: controlla l’adrenalina, non trasformarla in panico, analizza, pensa ad una soluzione ed agisci. So bene cosa dire ai soccorsi: identificazione con nome e cognome, precisione nell’indirizzo dell’evento, cosa è successo e cosa stai vedendo. Sapere cosa dire ai soccorsi fa risparmiare tempo al loro intervento ed a volte il tempo è determinante per salvare una vita.

Ho pensato che fosse meglio lasciare nel frattempo la bambina all’asilo e subito dopo sono tornato sul luogo dell’incidente. È difficile spiegare cosa si provi mentre i soccorritori provano a far riprendere la vittima ancora priva di sensi, si urlano di darsi una mossa, la polizia municipale irrequieta che blocca tutto il traffico ed ancora i soccorritori concitati perché stanno perdendo quella persona che è in bilico tra la vita e la morte. Tutto per uno stop non osservato dalla macchina guidata da un anziano, troppo anziano per guidare. Sono in pensiero anche per lui perché si vede che è in evidente stato di shock ed il vigile urbano lo alimenta, invece di comprendere la situazione.

Non aspettatevi un epilogo a lieto fine perché quell’uomo privo di sensi è stato caricato sull’ambulanza attaccato all’ossigeno e non so più nulla di lui. Sul web poche informazioni che liquidano l’argomento con un copia incolla “per cause ancora in corso da accertamento”… sconfortante. Ha bucato un dannato stop e si deve spiattellare in faccia alle persone la cruda verità: se non rispetti uno stop sei un potenziale assassino e basta solo che una vittima sia nei pressi per esserlo veramente.

Per il malcapitato sarebbe bastato passare un istante prima, un semaforo verde in più trovato lungo il percorso o il cellulare lasciato a casa che lo avrebbe obbligato a tornare indietro.

Oppure più semplicemente sarebbe bastato che quella persona avesse rispettato lo stop.

La sicurezza a cui è appesa la nostra vita non è questione di istanti e casualità.

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