In azienda siamo uno anche se non siamo gli uguali?

di Stefano Pancari
In azienda siamo uno anche se non siamo gli uguali

Gli anniversari ci ricordano che gli anni passano. È così che, pensando al trentesimo anniversario dell’uscita dell’album Achtung Baby! degli U2, mi rendo conto che non sono più quello sbarbatello che andò in delirio alla prima distorsione di chitarra che apriva Zoo Station. Ho già scritto in queste pagine quanto la storia di Achtung Baby! può essere portata in aula per parlare di cambiamenti e zone di comfort anche quando all’apparenza tutto sembra andar bene. La realtà però va oltre all’apparenza e sappiamo quanto gli U2, dietro all’universale successo di The Joshua Tree e del Lovetown Tour, vedevano la loro immagine allo specchio sempre più sfocata.

In un precedente articolo scrissi di quella magia avvenuta grazie ad un riff trovato da The Edge dentro gli Hansa Studios di Berlino. Di lì a breve quel riff diventò One. One è ad oggi al trentaseiesimo posto tra le 500 canzoni più belle secondo la classifica stilata da Rolling Stones, il suo testo è reputato il più bello mai scritto nel Regno Unito (mica Pizzighettone) ed è stata cantata come cover da personaggi del calibro di Joe Cocker.

È una canzone dal testo aperto a molte interpretazioni e, tanto per gettare ancor più nel caos le persone, Bono & Co. realizzarono ben 3 video con significati differenti: la divisione tra padre e figlio, il problema dell’AIDS, il rapporto tra un uomo e una donna. Ad aggiungere ancor più nebbia al panorama gli irlandesi hanno confermato e sconfessato tutta una serie di riferimenti, tra cui il fatto che si riferisse alla band stessa o alla Berlino divisa e, quindi, mi prendo la licenza di aggiungere un significato in più.

La canzone parla sicuramente di un rapporto conflittuale, con un passato tormentato su cui è inutile rimettere i riflettori. Un po’ come certi rapporti di lavoro, tra colleghi o tra imprenditori e lavoratori. Di certo sappiamo che le condizioni di sicurezza non sono state al primo posto in una buona fetta di Aziende italiane, ma dobbiamo concentrarci nel presente con uno sguardo al futuro e trovare una strada condivisa per un futuro migliore.

Magari la voce di Bono si è impossessata di quel lavoratore che al suo leader dice “dobbiamo condividere il nostro amore, ti lascia se tu non te ne prendi cura”. Dato che Love non ha un significato univoco in italiano, potremmo pensare ad un amore inteso come unione tra le persone.

La canzone ha una domanda cruciale “ho forse chiesto troppo?, più di quanto avrei dovuto”, perché vivere bene, non farsi male e non ammalarsi non deve essere richiesto, è un sacrosanto diritto che tutti dobbiamo essere orgogliosi di garantire agli altri. Avere il bisogno di chiedere di essere felici è frustrante e genera delusione da parte di chi parla, proprio come nelle parole di Bono.

We’re one but we’re not the same”, noi siamo uno ma non siamo la stessa cosa. È la natura degli esseri umani, distinti per ruolo ma al tempo stesso uniti da un fattor comune che è la vita stessa. Dallo sconforto dell’individualità la voce di Mr Hewson si impenna nell’urlare la necessità di restare uniti. Chissà come mai, nel corso degli anni e dei tanti tour che ho visto, questa canzone ha assunto sempre più connotati pacifisti per un mondo unito. Mi sono sempre emozionato.

Ma è nel finale che, con qualche occhio lucido per l’emozione durante i concerti, ci viene donato l’invito all’azione:

We get to carry each other, carry each other

Dobbiamo sostenerci l’un l’altro, questa è stata la spinta degli U2 per risorgere da quel che appariva essere il loro epilogo, questo è ciò che permette a tante coppie di uscire dalle loro barricate per rinsaldare un rapporto e, forse, è la spinta che in Azienda ci porterebbe a impegnarci reciprocamente nel dare il proprio meglio nel nome del rispetto della nostra vista.

Chissà, magari anche Bono Vox è una Safety Rockstar.

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