Essere o non essere… in errore

di Allegra Guardi

Le persone si dividono in due categorie: quelle serene e quelle perfezioniste. Io appartengo alla seconda classe. Da anni sto lavorando su me stessa per saltare nell’altra o, meglio ancora, per trovare il modo di conciliarle. Ho ancora tanta strada da fare…

Qualche giorno fa è successo un fatto che mi ha portato a riflettere.
Il contesto è stato il seguente.
Mattina, ore 7.10. Apro la webzine ROCK’N’SAFE e scopro di aver commesso un errore nella programmazione di un contenuto.
Ore 7.15, col computer sul tavolo della cucina al posto della colazione, ho già sistemato tutto.
Ore 7.16, leggo i messaggi sul cellulare. Sulla chat di lavoro mi stavano segnalando l’errore. Ca**o. Sono stata veloce, ma non abbastanza.

Aggiungiamoci che ero di cattivo umore perché ero in piedi dalle 5.00 del mattino (uno scherzetto di mia figlia). Decisamente non una giornata iniziata nel migliore dei modi.

Il perfezionista odia sbagliare e odia che gli altri se ne accorgano. Se poi è un perfezionista con un debito di ore di sonno, la faccenda si complica.
Quindi quando si è svegliato anche mio marito mi ha trovata ancora a borbottare irritata, dopo una colazione a base di biscotti e bile.

E qui termina l’antefatto. Quello che ha azionato le rotelle del mio cervello è stato ciò che è successo dopo.
Ho raccontato al mio malcapitato consorte quello che era successo, lamentandomi del fatto che, dato che ero sveglia dalle 5.00, se solo avessi dato un occhio alla webzine prima, avrei potuto sistemare tutto senza che nessuno si accorgesse di nulla. Al che lui mi ha guardata e mi ha detto: “Invece è meglio che i tuoi colleghi se ne siano accorti: se avessi corretto l’errore senza che lo vedessero, non avrebbero avuto l’occasione di notare quanto ti impegni mettendoti al lavoro anche alle 7.00 del mattino se ce n’è bisogno”. Ore 7.35: il mio primo sorriso della giornata.

Quando una frase ti cambia completamente il punto di vista…

Devo dire che io ho la fortuna di lavorare in un ambiente dove sono apprezzata e dove le persone non vengono impalate perché sbagliano.
Stefano (Pancari, n.d.r.) ripete più volte che è importante sviluppare una cultura della vulnerabilità, ovvero entrare nell’ordine di idee (ed emozioni) che ammettere l’errore è qualcosa che ti permette di crescere. “L’errore più grande è non ammettere l’errore”, afferma.

Questo mi ha portata a focalizzarmi sulla domanda: conta di più l’errore o il modo in cui viene gestito l’errore?

È indubbio che nell’ambito della salute e della sicurezza, soprattutto in ambienti ad alto rischio, commettere un errore può avere conseguenze molto gravi. Porre attenzione a non sbagliare è sempre una nostra responsabilità. Nel mio caso si è trattato di un errore che poteva avere come conseguenza soltanto una brutta figura… che non è bello, ma non avrebbe messo a repentaglio la vita di nessuno. In altre situazioni e contesti, però, le ripercussioni potrebbero essere ben diverse.

Molti incidenti sul lavoro sono causati da numerosi piccoli errori non ammessi e non gestiti. Lasciati lì, come tante piccole mine inesplose in attesa solo che qualcuno (quasi mai chi ne era responsabile) ci metta un piede sopra. BOOM.

Inutile poi che venga io a dire a voi HSE manager e RSPP quanto la reticenza che le persone hanno di ammettere un errore incida sull’alto tasso di omissioni dei Near Miss…

Quanto migliorerebbe la sicurezza se ogni azienda avesse un leader capace di far passare il messaggio che collaboratori (apparentemente) perfetti non sono utili a nessuno, ciò di cui c’è bisogno sono collaboratori che sbagliano senza nasconderlo. Non è facile farlo, è vero, perché non si tratta solo di una questione di orgoglio. Prendersi la responsabilità di un errore significa anche prendersi la responsabilità di correggerlo e fare meglio la prossima volta. È un preciso impegno prima di tutto con se stessi.

Finora la “lezione sulla vulnerabilità” l’avevo intesa semplicemente come un ammettere l’errore per non peggiorare la situazione e anche perché è corretto prendersi le proprie responsabilità. Rimanevo comunque con il faro puntato sullo sbaglio commesso, quindi in qualche modo con una macchia sul manto immacolato del mio perfezionismo. L’episodio dell’altra mattina mi ha portata ad una interpretazione più completa. Si ammette l’errore e lo si gestisce perché la vera maturità e professionalità è in quello, sta nel come ti comporti quando il latte è già versato e la bottiglia l’hai fatta cadere te.

Aristotele già nel 300 a.C. aveva capito tutto: “le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono”.
Io, per mantenermi su una metafora più “da cucina”, visto che parte dell’episodio si è svolta proprio lì, dico:

Se ti cade la farina sul pavimento, avrai il pavimento sporco.
Se nascondi la farina sotto al tappeto, avrai il pavimento ancora sporco e in più il tappeto sporco.
Ma se pulisci la farina, sposti il barattolo su un ripiano dove non rischia di essere urtato e spieghi a chi vive con te cosa fare per evitare di incorrere nello stesso incidente, avrai il pavimento pulito, il tappeto pulito e conviventi più felici. Ultimo ma non ultimo per importanza, avrai la farina.
Cosa che di questi tempi, assieme al lievito, è sempre un bene fortemente apprezzato.

Dedicato a mio marito Marco, che quel giorno il bacio del mattino se lo è particolarmente meritato.

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