Ci vuole pazienza

di Stefano Pancari
ci vuole pazienza

In estate, periodo in cui guardiamo volentieri il tramonto su una spiaggia ascoltando Patience dei Guns’n’Roses, è tempo di lavori stagionali e di lavori occasionali. Arriva un neoassunto, gli diamo uno zaino dell’Invicta pieno di DPI ed il gioco è fatto. Dimentichiamo una cosa: il primo dispositivo di sicurezza è l’essere umano stesso.

Ti racconto questa breve storia. Non è ambientata in un cantiere e in nessun altro ambiente di lavoro.

La storia che ti sto raccontando è accaduta su un bagnasciuga di una spiaggia in cui la risacca del mare rappresentava tutto fuorché un pericolo. Eppure mia figlia, un essere umano in miniatura di poco più di 2 anni, è stata per giorni terrorizzata dall’entrare in mare. Questione di percezione del rischio. Ammetto di aver provato a prenderla in collo e metterla a pochi metri dalla risacca, lì dove l’acqua era così bassa da lambirle appena il costume. Il risultato è stato, oltre al pianto con acuti vicini ai 90 decibel, un suo forte dimenarsi che la metteva sì a rischio. Cadere in avanti nell’acqua alta 30/40 cm, così piccola e senza saper nuotare, può farla anche affogare. Mi sono sentito uno stronzo ed ho rinunciato. Ma poi è successo qualcosa che mi ha fatto riflettere sulla sicurezza. Mi sono messo lì dove l’acqua non arrivava nemmeno ai miei ginocchi per osservarla mentre giocava con tutta la felicità del mondo sul bagnasciuga. Fino a quando si è avvicinata timorosa a me. Non è stato immediato, faceva un passo in più e poi fuggiva indietro, come un passerotto guardingo che tasta il terreno per avvicinarsi alla mollica che ti è caduta tra i piedi. La chiamiamo adrenalina quell’osare qualcosa che percepiamo come pericoloso. C’era un limite che però non riusciva a superare, quel limite che senza sicurezza in molti di noi non oltrepassiamo. Non riusciva a mettere i piedi su quei pochi centimetri di sabbia soffice e scivolosa che stanno proprio lì dove è la risacca. Nora mi ha quindi teso entrambe le mani perché cercava la sicurezza del padre per proteggerla da quel rischio, l’ho sollevata per quel poco che bastava per farla avanzare di un metro e di nuovo appoggiata nell’acqua, proprio lì dove a forza ce l’avevo messa il giorno precedente. Ci vuole così poco a far felice un bambino.

Questa è una delle tante esperienze extra lavorative che mi hanno insegnato innanzitutto quanto la percezione del rischio sia differente in tutti noi. Ho imparato anche che mettere un principiante a fare un lavoro pericoloso è da scellerati perché la persona si irrigidisce ed aumenta le probabilità che si possa far male. Non importa se sarà in Azienda con noi una settimana o per anni, la vita è una e va tutelata senza se e senza ma.

Ho imparato che braccioli, ciambelle o canotti non avrebbero dato a Nora lo stesso senso di protezione di quello delle braccia e lo sguardo del padre. Tutti gli approntamenti tecnici e tecnologici per la sicurezza sono necessari, ma sono il mezzo di una mentalità volta alla cura della persona che si realizza in Azienda. Tutti abbiamo bisogno di altre persone che si prendano cura di noi, che ci infondano sicurezza prendendoci per le mani per accompagnarci su quella scivolosa sabbia.

Abbiamo il diritto di sentirci al sicuro.

Abbiamo il dovere di far sentire sicuri gli altri.

Nell’inserimento al lavoro di una persona bisogna avere pazienza, dare tempo al tempo.

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