VAIA: impresa e rinascita

di Silvana Carcano
vaia

L’imprenditoria come strumento per amplificare il bene comune

 

28 ottobre 2018.

Dolomiti.

Tempesta Vaia.

42 milioni di alberi distrutti.

Un intero territorio montano messo in ginocchio.

Un’intera comunità.

«Non sempre siamo responsabili per ciò che avviene attorno a noi. Ma spesso possiamo prenderci la responsabilità di cercare una soluzione» (dal sito di VAIA).

Tre giovani imprenditori (che ancora non sapevano di esserlo) decidono di agire e di fare la loro parte utilizzando il legno degli alberi distrutti per realizzare oggetti di design artigianali e innovativi: nasce start-up VAIA e nascono i VAIA Cube, amplificatori in legno per smartphone. Per ogni VAIA Cube venduto viene piantato un albero.

 

28 ottobre 2023.

5 anni di «soluzioni».

In 5 anni vengono piantati più di 80.000 alberi.

La rinascita continua.

 

Questi tre giovani imprenditori si chiamano Giuseppe Addamo, Paolo Milan e Federico Stefani.

Giuseppe, la tempesta Vaia ha travolto anche la tua vita…

 

Quando passò la tempesta Vaia Federico vide andare in frantumi la sua terra natia, dove aveva trascorso la sua infanzia. Fu un grande dolore, sebbene non fosse un dolore paralizzante, al contrario, un dolore che lo spinse ad agire per recuperare quelle aree. Io, Federico e Paolo eravamo compagni di università, decidemmo di attivare un progetto per recuperare quel legno apparentemente perso. Io lavoravo in un’azienda a Roma, Federico a Bruxelles e Paolo da Calzedonia. Federico visse la tempesta Vaia in diretta, io che Paolo andammo sul posto del disastro successivamente, vedemmo quella desolazione, ne fummo colpiti enormemente.

Sentimmo che era arrivato il momento per fare la nostra parte.

Esattamente un anno dopo, il 28 ottobre 2019 nacque la start-up VAIA.

 

Quali emozioni ricordi principalmente?

 

Sicuramente l’entusiasmo. Fu il vero motore per la nostra impresa. L’idea che una nostra impresa potesse far star bene tutto un territorio mi riempiva la vita. Per me è fondamentale questo aspetto: per stare bene devo far star bene gli altri. Certo, abbiamo fatto tanti sacrifici. Io sono originario di Catania e ho vissuto a Milano, Torino, Bruxelles, sempre in contesti urbani. Il Trentino mi ha insegnato a vivere a contatto con la natura e mi ha aperto a spazi naturali, in cui il silenzio è il fil rouge. Poter restituire silenzio vitale a quei luoghi è entusiasmante, faticoso e terribilmente arricchente.

 

E rischioso?

 

Assolutamente sì. Ma certi treni vanno presi quando passano, senza esitazione e con coraggio. E con la consapevolezza che una persona non può controllare tutto della propria vita, il controllo è una mera illusione, il posto fisso può rassicurare, ma la vita è cambiamento, è un flusso che non si ferma mai e dobbiamo essere protagonisti del flusso senza cristallizzare nulla.

 

Giuseppe, tu e i tuoi due soci rappresentate un esempio imprenditoriale non solo giovanile. Riunite in voi l’idea che un’azienda possa nascere e crescere per un obiettivo nobile, rivolto al bene comune, in cui il profitto è solo il mezzo e non il fine. Rappresentate il modello di una vera azienda sostenibile. Ma che caratteristiche deve avere una mente sostenibile, secondo te?

 

Una mente sostenibile deve avere almeno tre caratteristiche. La prima è la consapevolezza dell’interconnessione del tutto: non possiamo cogliere un fiore senza turbare una stella, disse Galileo Galilei. È fondamentale che tutti siano consapevoli del loro impatto nel mondo, positivo e negativo, così da provare a ridurre quello negativo e di amplificare quello positivo. Non ricordo chi, ma qualcuno disse che non bisogna combattere il male ma accrescere il bene.

L’altra caratteristica è strettamente correlata a quella precedente: l’interconnessione di tutti noi fa sì che il rispetto dell’altro sia alla base di tutto. Soprattutto, nei confronti di chi più subisce i cambiamenti climatici, i deboli, i meno fortunati, chi arriverà tra mille anni, i bambini.

Infine, per essere una mente sostenibile bisogna saper guardare lontano. Sai, vedo ancora oggi, nel 2023, una miopia incredibile di fondo: sappiamo ormai da numerosi studi scientifici che c’è una correlazione tra il PIL e la CO2, eppure non agiamo tutti insieme, in maniera determinata, per la loro riduzione perché molti di noi non vogliono rinunciare a un briciolo della loro ricchezza, sebbene, a volte, superflua ed effimera. Ecco, una mente sostenibile deve equilibrare tutte queste caratteristiche.

 

Che cosa cambieresti dell’esperienza di VAIA dopo questi cinque anni?

 

In realtà non cambierei nulla, nemmeno gli errori commessi perché sono proprio questi sbagli che ci aiutano a crescere. Ti faccio un esempio. Nel 2020, a un anno dalla nascita, non ci siamo fidati di noi stessi, delle potenzialità di VAIA e, per Natale, abbiamo stimato una capacità produttiva artigianale al ribasso rispetto a quello che poi è successo: 100 VAIA Cube al giorno! Questo errore ci ha insegnato a programmare con lungimiranza.

 

Il momento migliore in VAIA?

 

Quando abbiamo consegnato a Papa Francesco un nostro amplificatore. È stata una bella esperienza, il Papa voleva un oggetto che avesse a tema la rinascita. E, per il tramite di una giornalista, hanno chiesto a noi. Per noi è stato un riconoscimento importante il fatto che un’istituzione così imponente come la Chiesa millenaria vedeva in VAIA il messaggio che noi stessi vogliamo generare: la distruzione può essere una rinascita, a patto di mettersi in gioco, di non perdere la speranza, di tirarsi su le maniche e di cooperare tutti insieme: soci, dipendenti, artigiani locali, cittadinanza. Ecco, diventare esempio di rinascita è stato un ulteriore stimolo per proseguire con tenacia in questa direzione.

 

C’è molto di spirituale in quello che dici…

 

Sai, credo che la società del consumismo sia una società ad impronta fortemente materialista, ci piace circondarci di migliaia di oggetti tendenzialmente inutili e si perde la capacità di riparare, riusare, riciclare, etc. Chi ha una solida vita interiore, invece, è consapevole dei suoi reali bisogni, che spesso sono principalmente immateriali e, quindi, senza impatto negativo sull’ambiente, ma di valore sociale generativo. Quindi, sì, forse esiste un legame tra la sostenibilità e l’essere umano spirituale, che è in cammino, interiormente. E quindi, forse, c’è un legame tra fare impresa in maniera sostenibile e fare del bene. Pensa anche a come lavoriamo in VAIA: ci preme che ci sia serenità, passione, che i nostri collaboratori sorridano, che imparino ad affrontare i problemi senza stress o tensioni, collaborando.

 

Che cosa ti manca?

 

Vorrei che VAIA diventasse un esempio per un nuovo modo di fare impresa. Se tutti gli oggetti che produciamo nel mondo fossero circolari, con un senso profondo alla loro base, con ricadute positive su tutti gli interlocutori che gravitano intorno a quell’oggetto, allora sarei soddisfatto. VAIA è così: tutto ciò che abbiamo fatto e che faremo ha un senso, genera valore positivo, a prescindere dalla ricerca del profitto, che arriva comunque.

 

Quali canzoni associ a questa tua bellissima esperienza?

 

Ti lancio un trittico musicale!

Innanzitutto, “The time is changing” di Bob Dylan, senza ombra di dubbio.

“Venite qui, gente! Vedete che l’acqua è aumentata. Accettate che presto sarete sommersi. E se il vostro tempo valesse la pena di essere salvato fareste meglio ad incominciare a nuotare o affonderete come pietre”.

Può apparire un brano con un testo apocalittico, in realtà ci ricorda che siamo parte del tutto, che non possiamo essere ignavi, che dobbiamo essere protagonisti.

In secondo luogo, “Anthem” di Leonard Cohen. Pensa alla frase “There is a crack in everything, that’s how the light gets in”: c’è una breccia in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce. Le ferite e gli errori ci offrono la possibilità di far entrare la luce. Viviamo, invece, in una società in cui il fallimento è un’onta disastrosa e non un prezioso alleato per crescere.

Last but not least, “Canzone del maggio” di De Andrè. Ritorna ancora lo stesso significato quando dice che “Anche se vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Torna ancora il concetto dell’interconnessione, della responsabilità di tutti noi, dell’essere attori della vita.

 

Grazie Giuseppe!

 

VISITA IL SITO DI ETHYCON, IL PROGETTO DI SILVANA CARCANO.

Iscriviti alla community di rock’n’safe per ricevere contenuti esclusivi e inviti speciali ai nostri eventi!

Potrebbe interessarti

Lascia un commento