Mario Furlan, un angelo al lavoro!

di Silvana Carcano

Coach e fondatore dei City Angels

 

Mario questa non è la nostra prima intervista. Ti intervistai quattro anni fa per il mio libro sui Dieci Comandamenti. Ti chiesi di attualizzare il comando Non uccidere, di spiegarmi che cosa significava per te, nella nostra società, quel precetto così antico. Tu raccontasti molte cose su di te, molto personali, ed emerse una persona da stimare, che ha percorso un lungo cammino interiore, e che ti ha portato a essere la persona che sei. Tutti noi siamo ciò che siamo anche grazie alla nostra storia e tutti noi, chi più, chi meno, scava dentro di sé per migliorarsi ogni giorno. Ma tu hai fatto davvero un salto quantico quando hai fondato i City Angels, che oggi, rispetto a quando la sede era lo sgabuzzino delle scope in stazione centrale a Milano, ha uffici in 22 città con migliaia di volontari, aiutando ogni giorno migliaia di senza-tetto.

Però tu fai anche un lavoro che è quello che ti dà da vivere, mentre l’attività nei City Angels rimane volontariato. Allora, Mario, ti chiedo: come ti definisci a livello professionale?

 

Io faccio il coach e sono, come hai ricordato tu, il fondatore dei City Angels, sebbene i City Angels siano la sfera del volontariato.

Come coach mi piace sottolineare che aiuto le persone a guardarsi dentro. In particolare, spingo le persone a tirare fuori ciò che già c’è in loro (ma che non sanno di avere). Uso la metodologia maieutica, alla Platone, spingo, cioè, le persone alla ricerca della loro verità interiore, sollecitando i miei coachee a ritrovarla in loro stessi e a tirarla fuori dalla loro anima, facendoli agire personalmente.

Tengo, inoltre, corsi di soft skill (team building, motivazione, etc.) e corsi di autodifesa istintiva (Wilding), difesa personale psico-fisica che si basa sulle 2 P, psicologia e prevenzione. Psicologia, perché nella difesa personale non basta sapere che, se arriva un delinquente con il coltello, devi avere una tecnica per difenderti, perché sulla strada è tutto diverso rispetto a quanto accade in palestra. Nel momento in cui arrivi a uno scontro fisico anche se vinci hai perso, perché vuol dire che qualcuno si è fatto male. Quindi è bene evitare il più possibile lo scontro, anche se sei una cintura nera in qualche arte marziale. Immagina, ad esempio, se l’aggressore, inaspettatamente, non fosse solo.

Come fondatore dei City Angels mi occupo delle relazioni interne, tra i vari coordinatori (siamo presenti in 22 città, abbiamo, quindi, 22 coordinatori) ed esterne, (organi di stampa, istituzioni, etc.).

 

Perché serve un coach e a chi?

 

Il coach può servire a tutti, aiuta a guardarti dentro, a capire quali sono i tuoi obiettivi e a come raggiungerli. Sembra incredibile ma è così: spesso sappiamo ciò che non vogliamo e non quello che vogliamo. Ma il problema è che non si possono raggiungere obiettivi se non sono ben definiti, li si può raggiungere solo se sono ben chiari e se si è convinti di poterli raggiungere. Il coach ti aiuta a maturare le tappe per raggiungere gli obiettivi e a evidenziare cosa non funziona nelle varie tappe.

Ci sono tanti tipi di coach, io sono della scuola per cui spingo i miei coachee a far capire loro che il coachee deve mettersi in gioco in prima persona. Faccio poche sedute, sono pragmatico. Non sono un coach direttivo, cerco di far capire alle persone che devono agire in maniera partecipativa, che senza il loro coinvolgimento in prima persona non otterranno il cambiamento desiderato.

 

C’è un insegnamento che proponi sempre, a prescindere da chi hai di fronte e dalle sue caratteristiche? Cioè, c’è un errore di fondo diffuso, che hai sperimentato nelle varie organizzazioni in cui hai lavorato?

 

Sì: credere in se stessi. Questo aspetto è fondamentale. Cerco di far ragionare i miei coachee sul credere in loro stessi, spesso ci sentiamo in un pozzo nero, io aiuto a elevare le persone al di sopra del pozzo nero per vedere cosa c’è intorno. Il pozzo nero è definibile come il Piano A, ed è un pozzo nero perché la maggior parte dei miei coachee crede che il non raggiungimento del loro obiettivo determinerebbe una tragedia nella loro vita. Per ogni obiettivo che si vuole raggiungere, invece, è necessario costruire anche un piano B. Le strade alternative possono far calmare le acque. Nella maggior parte dei casi, infatti, le persone hanno un’ansia altissima perché il mancato raggiungimento dell’obiettivo pone il coachee di fronte a un bivio drammatico: “o raggiungo l’obiettivo” oppure “crollo completamente”. Avere un piano B permette di comprendere che non è una tragedia sbagliare, si può raggiungere altro. Serve un lavoro psicologico senza essere psicologo, ti aiuto a vedere le cose in maniera diversa. Faccio accendere le lampadine nella mente della persona, facendo capire che ci sono anche altre soluzioni: anche se non è la soluzione che avevi in mente tu inizialmente, la seconda opzione potrebbe essere un gran risultato comunque! E, magari, potrebbe essere il risultato migliore, e tu non lo sapevi!

 

Che libro consiglieresti a un manager?

 

Ci sono milioni di libri sulla crescita personale, sul coach, motivazionali, etc. Può essere difficile districarsi in questo dedalo.

A me piacciono molto i libri di Bryan Tracy, coach dagli anni ‘60 e autore di vari best seller, sono chiari e lineari. Dal momento che abbiamo tutti poco tempo a disposizione per leggere è meglio prendere libri che vanno subito al sodo.

I libri di Antony Robbins sono i più venduti ma non è tra i miei preferiti. È troppo lungo, si disperde.

Un altro scrittore che mi piace è John Maxwell, numero uno al mondo per la leadership, è chiaro e semplice, non confonde, va bene anche per neofiti, a prova di dummies.

 

Però oggi non si legge….

 

Si legge sempre meno. E non è positivo, la lettura serve per avere momenti per riflettere e capire come applicare i concetti appresi nei libri in azienda. Gli impulsi che si ottengono facendo scroll nel cellulare non servono a nulla.

Se non si ha il tempo per leggere si possono vedere dei video-corsi, almeno, per imparare qualcosa. O ascoltare i podcast.

C’è un detto nel mondo della formazione “chi non si forma si ferma” ed è così. In un mondo che cambia così velocemente si ha bisogno di restare al passo coi tempi, pensa solo alla AI.

 

Quali emozioni vivi principalmente quando sei coach?

 

Cerco di essere molto focalizzato e di immaginare di portare il coachee lungo un percorso. Seguo con lui questo tragitto attraverso le domande: chi domanda comanda, dice il detto. Io domando continuamente perché obbliga al pensiero e alla focalizzazione. Prima parlo al coachee, poi faccio un quadro dei suoi talenti e obiettivi e verifico che i suoi progetti siano realistici o meno.

È come un gioco di scacchi, domanda e risposta, mossa e contro mossa: quando la persona riesce a seguire la sua strada provo grande soddisfazione. Deve essere la persona ad arrivare alla soluzione e questo mi dà grande soddisfazione.

In classe mi è capitato di avere anche Responsabili della Sicurezza in azienda, figure particolari, con grandi responsabilità. Ho notato che spesso queste persone hanno atteggiamenti molto timorosi. Anche a loro dico di provarci, ma spesso la risposta difensiva è che sono i loro capi a frenare; a quel punto va fatto capire che non sempre si può influire sui capi, ma ciò che conta è cambiare.

“Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, disse Gandhi.

Mi piace dire che tutti vorrebbero che gli altri cambiassero, nessuno è disposto a cambiare, quindi, non cambia mai nulla (parafrasando Tolstoj quando disse che tutti pensano a cambiare il mondo e nessuno pensa a cambiare se stesso).

 

E tu cosa cambieresti nelle organizzazioni se avessi la bacchetta magica

 

Secondo me è molto diffuso il bisogno di non correre rischi, di pararsi il culo, non ci si lancia, per paura. Nelle organizzazioni è necessario creare un ambiente propenso al cambiamento, mentre invece c’è paura del capo e/o Corte dei conti, di eventuali querele (vedi anche la medicina difensiva). Ciò che accade con la medicina difensiva accade anche nelle aziende. Ecco, le aziende dovrebbero creare un ambiente che permetta alle sue persone di fare errori senza problemi.

Ci sono aziende illuminate con culture di questo tipo, ad esempio, la banca di Asti, oppure, 101 Caffè o Digital 360: aziende con un ambiente interno che non accusa chi sbaglia ma che coglie dall’errore l’opportunità per crescere.

Che cosa hanno in più queste aziende? Ci provano! Se non ci provi non puoi ottenere risultati innovativi. Il progresso va avanti per “trial and error”, grazie ai tentativi che in tanti casi non vanno a buon fine. L’errore non è una sconfitta, è il modo con cui procedere per ottenere qualcosa: mettere in conto che puoi anche sbagliare. Per andare da un posto all’altro non si può andare con una linea retta, pensa alle strade, ci sono i tornanti, le curve etc.

 

Mi pare di vedere che ci sono punti di contatto importanti tra il fare il coach e i City Angels.

 

È vero, in entrambi i casi aiuto le persone. Sai, a volte penso che, se riesco ad aiutare i più disperati, parlando loro, rincuorandoli, facendo vedere loro il riscatto, beh, allora mi convinco che posso riuscirci anche con quelli meno impegnativi.

 

Che canzoni associ alla tua vita professionale?

 

Mi viene in mente l’ultima di Vasco Rossi, “Gli sbagli che fai”, quando dice “ho passato una sera con me ed è stato incredibile”.

E poi una canzone degli anni ‘80 del mitico Bruce Springsteen, “Dancing in the dark”: tu non sai cosa ti aspetti vivendo, non vedi il traguardo, ma devi andare avanti lo stesso senza chiuderti a riccio, sorridendo e proseguendo. Anche questa è magia.

Da ultimo, David Bowie, “Heroes”, dà il senso della precarietà dell’esistenza, possiamo essere eroi solo per un giorno, non sappiamo cosa succederà domani: la guerra in Europa, la Cina che aggredisce Taiwan, la guerra in Medio Oriente, la pandemia. Viviamo in un periodo di insicurezza e anche le nostre vite sono incerte. Una volta si voleva che i figli si sistemassero: lavoro, casa e famiglia. E un bravo genitore si sentiva a posto. Oggi non è più così, possiamo perdere il lavoro, i matrimoni finiscono, dobbiamo vivere nell’incertezza, ballare nel buio. È così, giusto o sbagliato che sia, come ho scritto nel mio libro Felici per sempre: “Sei nella merda, usala come concime”.

 

 

 

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