L’uomo è la sua nemesi

di Stefano Pancari
L'uomo è la sua nemesi

Feriti, corpi morti e persone con le occhiaie perché esaurite. Non è un campo di battaglia contro degli alieni, è il mondo del lavoro, quello vero e non quello raccontato in un bel salone di gala.

L’ennesima serie TV che è salita sul mio altare sacrificale è War of the worlds, l’ultima fatta con l’inossidabile Gabriel Byrne. Tratta dall’omonimo libro di H.G. Wells, pensa del 1897, trasporto in radio da Orson Welles nel 1938 è diventata una serie di film, trame di Topolino, musical fino a videogiochi.

La nuova versione formato serie TV, scritta da Howard Overman, mi ha affascinato molto. Parla di invasioni aliene e nella prima stagione, tra astronavi dalle forme di donut e cani che ricordano vagamente quello di Khyashan il ragazzo androide, mi aspettavo una nuova formulazione di Indipendence day. Niente di più falso perché andando avanti con le altre stagioni, dopo un corto circuito a livello di comprensione, mi rendo conto che l’alieno è… l’essere umano.

Non stiamo parlando di un androide dalle sembianze umane alla Blade runner. Stiamo parlando di un vero e proprio umano come noi. In un certo tempo succede che due persone, affette da problematiche di salute, finiscono su una navicella e dal loro accoppiamento nasce una nuova stirpe di essere umani. Dopo qualche manciata di centenni, sempre vestiti come noi e con le nostre sembianze, scelgono di tornare nel nostro presente per estinguerci.

Non ti narro il resto qualora tu voglia goderti tutta la storia.

È una serie che, all’action tipica del genere, contrappone una proposizione di profili di personalità molto interessanti, a tratti addirittura lenta. In questa lentezza ho pensato come tutto sia così verosimile al mondo che viviamo.

Pensiamo a quel che succede in azienda. La mia scelta volta alla chiusura di un ordine per far felice il cliente, determina tutta una serie di incertezze da cui scaturisce l’infortunio. Sono l’alieno del film. Manovro un carroponte vedendo colleghi che sono sotto la loro perpendicolare, ma me ne disinteresso perché non è mai caduto un granello di polvere, fino a quando… sono l’alieno. Sono addirittura l’alieno che combatte sé stesso quando scelgo, mi comporto e faccio in modo tale da farmi male, anche gravemente.

La nemesi dell’uomo (e di tutte le sfumature sessuali possibili e immaginabili, ma nella baggianata del cambiare il vocabolario d’italiano non mi ci faccio tirare dentro) è l’uomo stesso. Mi torna in mente la domanda di Looks that kill: chi sta mettendo in pericolo la tua vita?

La risposta è la cultura, ma per essere meno aeriformi e impalpabili, potremmo dire l’essere umano stesso.

Come uscirne, per rispondere al quindi ormai famoso dell’amico Francesco Marella, dobbiamo lavorare sulla consapevolezza attraverso la comunicazione, la formazione, l’addestramento e la sensibilizzazione in ogni sua sfaccettatura. Dobbiamo allertare l’essere umano del fatto che siamo invasi da un nemico alieno che miete vittime, alieno da quell’essere una persona amante della vita e che vuole preservarla perché di albe e tramonti non ci vogliamo annoiare mai.

 

 

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