La vita a 36 gradi

di Stefano Pancari
La vita a 36 gradi

“Si vive una sola svolta, Snoopy.

Sbagliato! Si muore una volta sola. Si vive ogni giorno.”

In questa vignetta trovata durante lo zapping in rete c’è tutto il senso di quel che facciamo con ROCK’N’SAFE.  Ci concentriamo sul godere la vita fino alla sua ultima goccia e questa frenesia ci porta a rischiarla. La gran parte di noi vive quest’ossimoro. Invece, a pensarci bene, la vita è la nostra esistenza stessa e il nostro compito è preservarla per quanto più possibile.

È la morte a essere quell’evento puntuale che come un interruttore spegne la nostra esistenza. La morte è quell’abisso senza fondo che si trova nello spazio tra la lancetta ed il suo scatto nel secondo successivo.

Una trave che prende la rincorsa e ti arriva addosso, un piede che prende la piega sbagliata e tutta la forza di gravità ti spinge giù da un tetto, i fari di un pullman che ti abbagliano, corrono verso di te e ti divorano. Solo lo slow motion può narrare quel che è successo perché l’occhio vede questi eventi consumarsi in un istante, in un clack della lancetta.

Abbiamo passato un fine settimana tragico con le vite di 7 giovani maledettamente disintegrati sul lavoro e sulle strade. Il più giovane aveva 17 anni, il più grande 22 anni. Lorenzo Perelli era al suo ultimo giorno dell’alternanza scuola lavoro quando una trave ha fatto da mannaia sulla sua vita. Roberto Frezza era sul tetto della sua scuola in una notte amarcord quando quel piede è scivolato verso il buco nero della morte. Di ultimo Dennis Guerra, El Harram Imad, Natiq Imad, Natiq Salà e Irene Sala erano in auto senza patente quando hanno invaso la corsia opposta schiantandosi contro quel pullman. Un secondo. Clack. Poi il silenzio.

Avevo più o meno la loro età quando uscì il primo album dei Placebo e mi innamorai di 36 degrees, un brano che manifesta tutta l’angoscia giovanile e in cui tante persone si sono ritrovate, io compreso. Convenzionalmente la temperatura corporea è di 37°C, quindi ritrovarsi a 36°C è quell’inizio dell’abbandono della vita. La canzone post punk, scritta dall’allora diciannovenne Stefan Olsdsal quando Molko ne aveva 21, non parla di suicidi, parla dell’esistenza stessa che sembra abbandonarci in certe circostanze.

La mia immaginazione mi fa pensare che quei giovani abbiano vissuto i loro 36 Degrees e che la loro melodia abbia avuto la sua fine.

Sarebbero bastati lavoratori esperti e accorti per evitare l’incidente di Lorenzo? Sarebbe bastato un amico con una diversa sensazione di fronte al rischio di stare su un tetto? Sarebbe bastato che quella persona non avesse dato le chiavi della sua macchina ai ragazzi senza patente?

Erano tutti giovani con lo scintillio del loro futuro nei propri occhi, spentosi nella voragine dello scatto di un secondo della lancetta e noi potevamo evitarlo. 36 gradi e poi la fredda morte.

Nessuno è estromesso, tutti quanti facciamo parte della catena di eventi di qualcun altro. Possiamo esserlo in modo tragico oppure possiamo essere quelli che permetteranno di vivere ogni giorno.

Penso a voi ragazzi con lo sguardo perso nel vuoto e con la musica che riempie i miei pensieri:

Shoulders, toes and knees,

I’m 36 degrees

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