L’interpretazione è la chiave

di Piero Vigutto
L'interpretazione è la chiave

Se mi chiamano a parlare di comunicazione in azienda, mi invitano a nozze e in questo caso partecipo volentieri anche se sono contrario al matrimonio, a meno che non sia un matrimonio come quello che vediamo nel videoclip di November Rain dei Guns N’ Roses (Use Your Illusion I, 1991). Ben accetto quindi di scrivere un pezzo per ROCK’N’SAFE sulla comunicazione, il cui valore in azienda, per quello che è la mia esperienza, emerge spesso quando è troppo tardi e la depressione o l’isteria lavorativa ha già mietuto vittime.

C’è una qualità, tra le tante, che ci distingue dagli altri animali ed è una comunicazione articolata, efficace ed efficiente, se gestita bene, eppure spesso la diamo per scontata. Non comprendiamo gli effetti di una comunicazione poco chiara o superficiale, facciamo l’errore di pensare che “se è chiaro a me allora è chiaro a tutti”. Badate bene che non punto il dito contro nessuno ma al contempo voglio far riflettere tutti. Se è capitato anche a noi di essere vittime di una comunicazione distorta o poco efficace di un collega, ricordatevi che è molto probabile che qualche collega sia stato vittima di una vostra comunicazione distorta.

Come faccio a saperlo?

Ma perché capita a tutti, dare per scontato è un meccanismo del cervello che insegnano al corso base di comunicazione dopo la distinzione Emittente-Ricevente: “Lezione numero uno, dopo la codifica l’emittente riproduce il proprio pensiero interpretando la realtà a modo suo”. Ecco, l’interpretazione è la chiave. Tutti interpretiamo, supponiamo, cerchiamo di colmare le informazioni che non abbiamo ricevuto con spiegazioni spesso errate perché frutto di euristiche e bias, ma arriva sempre il momento in cui dobbiamo fare i conti con questi meccanismi sperando che, il conto, non sia troppo salato.

Investire in comunicazione significa prima di tutto conoscere l’obiettivo. Troppo spesso mi sono sentito dire “Gli faccia un corso di comunicazione”, spiegando questa richiesta in maniera molto superficiale. Che sia di comunicazione o di pasticceria, fare un corso senza uno scopo, senza partire dalle effettive necessità, o senza misurare gli effetti, significa fallire nel buon proposito formativo. Formare significa mettere in forma, dare una forma, entrare in aula per ascoltare qualcuno non è formazione, è informazione, rispettabilissima ma sempre qualcosa di diverso rispetto ai propositi di cambiamento che avevamo.

Ma torniamo al punto: la comunicazione.

Dicevo che è lo strumento che ci distingue dagli altri animali, la cui comunicazione risulta essere molto più semplice. Fare informazione sulla comunicazione o strutturarne una non efficace non ci conduce all’obiettivo ma alla disfatta. Per quale motivo? I motivi sono molteplici, alcuni li ho elencati prima ma qui vorrei concentrarmi sugli effetti. Prendiamo il caso della sicurezza, se comunicare male ha prevedibili conseguenze sul numero di possibili infortuni, ne ha uno meno ovvio ma maggiormente impattante sullo stress. Il non sapere o il sapere a metà porta inevitabilmente a compiere azioni dall’esito imprevedibile ma anche all’immobilismo: “non intervengo perché non so che potrei intervenire” ma anche “so che dovrei intervenire ma non conoscendo le conseguenze delle mie azioni non intervengo”. La mancanza di comunicazione significa scarse informazioni e quindi frustrazione, errori ed omissioni.

Quindi da dove dovremmo partire per avere una comunicazione efficace?

Dovremmo partire proprio dai corsi di sicurezza che devono essere organizzati in maniera diversa ed essere meno pedanti e maggiormente coinvolgenti attraverso l’uso di una gestione della relazionalità meno stantia e più dinamica. Dovremmo portare i percorsi formativi anche fuori dalle aule e renderli più interattivi, quale migliore formazione se non quella on the job in condizione protetta? Se vogliamo avere successo comunicativo non basta un corso ma dobbiamo allenarci ripetutamente nel creare una relazione tra discente e formatore, anzi, tra persone. Questo non accade one shot, ci vuole costanza nelle quotidiane azioni correttive. Sono consapevole che non sia facile ma del resto anche Axl Rose si sarà allenato parecchio per raggiungere l’estensione vocale di cinque ottave che gli ha garantito il successo, no?

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