Il peccato che mi tengo

di Stefano Pancari
Il peccato che mi tengo

Con la Pasqua ci lasciamo alle spalle i giorni di festività e relativi ricordi. Sono tra quelli che associa buona parte dei propri momenti a una colonna sonora. Oltre ad ascoltare gli album del momento, come quelli appena usciti dei Placebo e dei Red Hot Chili Peppers, ho rispolverato un album di ben altro tenore e appartenente alle atmosfere colorate del pop anni ’80. Quelli sono stati anni di ribellione della cultura giovanile e di emancipazione, con una forte incertezza sul futuro.

Mentre il metal, hair metal, new wave e post punk dominavano la scena ribelle, dagli Stati Uniti ragazzotti come Madonna cantavano al papà che non doveva far loro la predica, Michael Jackson che era un gran cattivo e Cindy Lauper che le ragazze avevano voglia di divertirsi. Nella vecchia Europa il duo formato da Neil Tennant e Chris Lowe, in arte Pet Shop Boys, ribattevano con It’s a Sin.

It’s a sin è un inno alla ribellione alla cultura cattolica fin troppo rigida e a Tennant, che frequentava un collegio religioso, venne di getto scrivere un testo che esprimeva le sue emozioni in quel momento.

La canzone parla del guardarsi indietro con vergogna alle cose che abbiamo fatto, alle cose che stiamo facendo, dove siamo stati e dove stiamo andando. Rivolgendosi al padre chiede perdono perché ogni volta ha provato a voltare pagina, ma ogni suo insegnamento è stato vano e tutt’ora non comprende questa sua avversione. Le parole dei Pet Shop Boys non sono di redenzione per i peccati commessi, ma più di dolore nei confronti del padre che non accetta quel che loro sono stati e sono.

A volte la vita richiede coraggio per fare ciò che sentiamo di fare sorvolando il giudizio altrui. Il giudizio della società, il giudizio dei nostri pari e il giudizio dei nostri cari.

Di fronte alla Divinità del Testo Unico della Sicurezza, abbiamo peccato di blasfemia per il linguaggio utilizzato da ROCK’N’SAFE, ma è questo che mi sono sentito di fare e come molti altri si sono sentiti di fare. Non fatecene una colpa. D’altronde, nonostante la cultura della sicurezza stenti a decollare e i nostri buoni propositi continuino a essere inefficaci, continuiamo più o meno a fare le stesse cose.

Scegliere di infischiarsene del bon ton dettato dal business, scegliamo di raccontare i valori del business stesso sovvertendo determinati schemi. Alcuni diranno che è un modo poco autorevole e serio per affrontare certi temi, ma forse non sanno quanto lavoro culturale e di comunicazione ci sia dietro a ogni parola scritta o sentita in questa webzine.

Che sia la strada giusta o meno lo sapremo solo tra qualche tempo, nel frattempo questo peccato ce lo teniamo stretto e non vogliamo esserne ripuliti. Nemmeno Gesù riuscì a mettere d’accordo tutti, figuriamoci un manipolo di comuni mortali ribelli che hanno sovvertito il modo di condividere quel che in modo sterile è disciplinato dalla legge: il diritto di vivere e vivere bene.

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

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