El diablo ci saluta un’ultima volta

di Stefano Pancari
El diablo ci saluta un'ultima volta

Il dado è tratto.

Si è consumata ieri sera, l’ultima di due serate, con i Litfiba live a Firenze, in quella Firenze che li ha cullati nella cantina di Via dei Bardi e li ha lanciati come rappresentanza d’onore del rock in Italia.

Di anni ne sono passati, Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi non fanno più parte della band, Ringo De Palma se la sghignazza dal cielo, Ghigo ha messo su la pancia e Piero Pelù una folta peluria argento. In compenso sul palco c’è stato un sontuoso Fabrizio Simoncioni alle tastiere, un assatanato Luca Martelli alla batteria e una iena al basso come Dado Neri.

Ma quel che è contato di più è stato il raduno del grande pubblico fiorentino, non solo per età, ma per stile.

Non è mancato lo stuolo di schermi di telefonini, questo ormai fa parte della società a prescindere dall’anagrafica, ma dall’attesa alla fine del concerto si è respirata quell’aria positiva e di “presenza” di chi ha un gran pelo sullo stomaco riguardo ai concerti. È sempre così. La band sul palco può fare tutte le scintille che vuole, ma è la risposta del pubblico che determina la memorabilità dell’evento.

Come per noi che ci impegniamo a cambiare le cose nella cultura della sicurezza. Il vero cambiamento non lo fa lo spettacolo, ma il coinvolgimento delle persone.

El diablo ci saluta un'ultima volta

Certo che i Litfiba sono partiti alla grande, mettendo al tappeto il Tuscany Hall gremito con un uno-due, El Diablo e Proibito. Estasi.

Da lì in poi, è stata un’altalena di quaranta anni di carriera, quarantadue per l’esattezza, che raccontano nei testi e nello stile musicale un mondo che è cambiato al punto da chiederci se era la stessa band ad aver composto “Louisiana”, “Fata Morgana” e “Lo spettacolo deve ancora cominciare”.

Piero in grande spolvero a livello vocale e scenico, Ghigo ci ha insegnato all’ascolto del suono sopraffino e anche ieri sera non ci ha deluso.

Nonostante quei gloriosi anni ’80 li ho vissuto da ragazzino, grazie ai racconti di chi ne è stato protagonista e la musica che vive in eterno, a mio parere l’intensità di testi e musica della celeberrima triade, Desaparecido – 17 Re – Litfiba 3, non regge il confronto con tutto il resto e ieri ne è stata l’ennesima testimonianza.

Il rock è anche impegno sociale e metterci la faccia, quel qualcosa che oggi sembra mancare. Non sono mancati riferimenti espliciti all’Ucraina, al dittatore Putin e alle donne curde oppresse dal finto buonista di Erdogan.

È il ruolo della rockstar mettersi in gioco ed esporsi libero dal giudizio, quel che ne consegue è la condivisione di un ideale a differenza delle tante scatole patinate di oggi che, una volta aperte, sono vuote.

È stato negli ambienti esterni all’arena che si è respirato quel che chiamiamo cultura. Persone che chiacchieravano tra loro con una birra e una sigaretta in mano, ma con l’orecchio teso al concerto. Persone per le quali è normale essere lì al concerto a godersi la serata, è automatico, a prescindere dalla foga di essere sotto il palco. E sono lì presenti con le rughe che cominciano a segnare il volto per il tempo che passa.

Nessun comportamento esagitato, nessuna esagerazione, ma solo la voglia di vivere. E la speranza che un certo tipo di cultura venga colta anche dalle nuove generazioni, sta in quella bambina che approfitta dei portelloni aperti del Tuscany per ammirare la bolgia dentro e la musica seduta sul tetto dell’auto della mamma.

El diablo ci saluta un'ultima volta

È a questo che dobbiamo puntare quando parliamo di cultura della sicurezza, godersi la vita senza pensare a quali precauzioni prendere perché in automatico è vivere con le giuste accortezze che rendono splendidi i nostri giorni.

Grazie Litfiba. La vostra musica farà ballare per l’eternità.

 

Leggi anche il precidente articolo di Stefano Pancari!

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