Dallo spirito di Tom Joad al suo fantasma

di Andrea Mancini
Dallo spirito di Tom Joad al suo fantasma.

Come racconta lo stesso Springsteen nella sua autobiografia, The Ghost of Tom Joad rappresenta il frutto di dieci anni di dialogo interiore dopo il successo di Born In The USA, un dialogo incentrato su un solo grande interrogativo: qual è il ruolo che spetta all’uomo ricco?

Un decennio di grandi successi per lui, che però si affacciava a quegli anni ’90 squarciati dal dolore di Seattle come un vecchio boomer incapace di sintonizzarsi con quella generazione Y che faceva del disagio sociale la propria bandiera.

Così il Boss capisce che non è più il caso di limitarsi solo a guardare il paesaggio che sfila di fianco alle highway della Central Valley californiana. Deve tornare a fermarsi nelle cittadine rurali, osservarne i cambiamenti visibili e invisibili, ciò che ribolle davvero sotto quel new world order spacciato come un catalogo di opportunità irrinunciabili, bisogni che diventano desideri e desideri che trasmutano in bisogni, in un’effervescenza maniacale che ci porta tutti a vivere ben al di sopra delle proprie possibilità.

E nonostante le bombe vicine e la fame, malgrado Belgrado, l’America, Bush e il crollo della Cortina di Ferro che ha rappresentato soprattutto un crollo ideologico sentivamo che andava tutto bene, con la tecnologia che prometteva che avremmo lavorato di meno guadagnando di più e forme musicali un tempo alternative e indipendenti che venivano risucchiate nel gorgo del mainstream.

Tutto globalizzato, tutto alla portata.

Che ci frega dei diritti dei rider e della sicurezza dei magazzinieri di Amazon? Quando il senso di comunità lascia il posto ad un iper-individualismo cosa mai ci può interessare degli effetti della post-industrializzazione e delle sue ricadute sulla classe lavoratrice che nel frattempo maturano come grappoli d’ira?

La famiglia Joad, oggi come allora, attraversa l’America senza lasciarsi sopraffare dallo sconforto inseguendo un miraggio chiamato lavoro. Il loro viaggio è un’odissea moderna e nonostante l’arrivo in California dica che il tanto agognato lavoro non c’è, questo scenario depresso racconta che si può ancora trovare spazio per i sentimenti più nobili dell’essere umano: una mano tesa che riceve una stretta, fratellanza tra anime deluse.

A patto che si riesca a sentire l’inumanità dell’uomo contro l’uomo, immergendosi ad esempio nel fenomeno della migrazione interna (ma vale anche per quella tra nazioni), nella devastazione psicologica che comporta il dover lasciare la propria casa da un momento all’altro e nell’enorme solidarietà di cui (alcune) persone sono capaci nelle situazioni più disperate.

Una storia che si ripete ininterrottamente, che continua ad urlare la sperequazione tra ricchezza e povertà o tra schiavo e padrone, la logica contorta e controversa del profitto, la supremazia senza discussione di classi sociali egoiste e irrazionali e la necessità di una presa di consapevolezza -individuale e collettiva- dei propri diritti come lavoratori e come esseri umani.

Lo spirito di Tom Joad rappresenta un disperato tentativo di ricreare una coscienza collettiva, unita contro gli abusi di potere delle forze dell’ordine, la corruzione economica e lo sfruttamento. La storia dei Joad rappresenta l’America del 1995 tanto quanto quella del 1939. Sono gli USA della presidenza repubblicana di George H. W. Bush e quelli di Tyler Durden e della crisi spirituale di un paese che già allora iniziava a sperimentare gli eccessi di un liberismo sfrenato, ed un sistema economico viziato dalla cultura del debito senza reali adeguate precauzioni.

Ma il fantasma di Tom Joad è una rappresentazione ancora attuale di una terra attraversata da gelosie, avidità e un estremo arrivismo. Tanto economico quanto sociale, nel quale ogni fine giustifica i mezzi, dimenticando gli altri.

Dimenticando quelli che ne sono stati estromessi perché diversi e quelli che non ci hanno creduto fino in fondo, quelli che da quel sogno americano si sono risvegliati di soprassalto e quelli per i quali è sempre stato solo un incubo.

The highway is alive tonight e quando, dopo una dura giornata di lavoro, i bambini piangono affamati e gli anziani sono costretti a dimenticare la loro vita passata, le speranze sembrano essere solo un miraggio causato dall’afa. Una strada lunghissima e polverosa, but nobody’s kiddin’ nobody about where it goes, in cui nessuno si illude su dove va a finire.

Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho bambini che han fame! Io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per fare il brodo ai miei bambini, io non chiedo altro. E questo, per taluno, è un bene, perché fa calare le paghe rimanendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù.

 

 

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