BrainControl, tecnologia al servizio dell’essere umano

di Silvana Carcano
BrainControl

A fianco delle libertà, in un mondo in cui prevalgono gli egoismi, gli interessi economici, individuali e speculativi.

A Siena opera un’azienda nel campo delle libertà. O meglio, dell’Intelligenza Artificiale al servizio di persone con gravissime disabilità quali tetraplegia, SLA, sclerosi multipla, distrofie muscolari o che hanno subito danni cerebrali di origine ischemica o traumatica.

I prodotti che supportano le maggiori libertà sono tre, tecnologicamente avanzati: BrainControl BCI, Sensory e Avatar.

BCI è un caschetto EEG (elettroencefalogramma), i cui sensori registrano le onde cerebrali traducendole in comandi e azioni su dispositivi portatili che permettono ai pazienti gravemente disabili di rispondere a semplici domande, tornando a interagire con altre persone.

Sensory è una versione specifica del primo prodotto, pensata per persone che possono utilizzare alcuni movimenti residui come pupille, dita della mano, zigomi, etc.

Avatar, infine, è un alter ego robotico comandabile in maniera del tutto indipendente dalla persona che lo utilizza. È pensato per persone con difficoltà motorie, ma utilizzabile anche da chi non può spostarsi per vari motivi, tra cui, ad esempio, economici. L’Avatar, infatti, permette di visitare da remoto musei, spazi espositivi ed eventi di ogni tipo, regolando audio, video e altezza del campo visivo. Il monitor e gli altoparlanti di cui è dotato consentono di rendersi visibile a distanza, dando spazio a una personificazione che permette alle persone intorno di interagire con l’Avatar, stabilendo una comunicazione fra le persone in loco e la persona connessa. L’Avatar è già stato sperimentato più volte, ad esempio, presso il Museo di Geologia e Paleontologia di Firenze e al Museo delle Scienze di Milano.

L’azienda in questione si chiama Liquidweb, il suo direttore generale è Alessandro Tozzo.

Ho voluto intervistare Alessandro perché amo confrontarmi con aziende «diverse», che fanno della loro azienda un microcosmo a sé, in cui si sviluppano storie che si differenziano dalla modalità mainstream per cui le imprese pensano solo a generare profitto. E così con Alessandro ho provato a capire quali valori sottostanno ad un’azienda che produce tecnologia al servizio delle gravi e gravissime disabilità.

Alessandro, lavori come direttore generale in Liquidweb da poco, dal 2020, e provieni da multinazionali per le quali hai occupato ruoli di vertice per decenni. Aiutami a capire come ti è venuto in mente di dirigere una start-up di una decina di persone, a Siena, quando tu, oltretutto, sei di Varese.

Mi ha contattato un head-hunter, inizialmente ho colto la sfida immaginando che sarei rimasto solo pochi mesi. Poi, invece, mi sono accorto che in questa azienda raccoglievo soddisfazioni che andavano oltre la mera carriera professionale. Dirò di più: oggi le aziende devono comprendere che all’interno della sfera lavorativa devono ritrovarsi gli stessi temi che una persona vive nella sua vita personale: il senso, il benessere, la reciprocità. E così sono rimasto, rifiutando anche altre offerte allettanti. Ora si tratta di indossare abiti differenti, maturando nuove competenze, coniugando sfide ambiziose per il miglioramento della qualità della vita di persone malate con risorse scarse: è una ricerca di maggior senso. Prima la soddisfazione stava nel profitto. Oggi non più.

Parli di senso. La tua società incrementa le libertà personali e le opportunità sociali di persone particolarmente fragili, grazie alla tecnologia.

Sì, oggi la tecnologia può fare cose pazzesche, eppure fatico a capire come si possa perdere tempo con applicazioni tecnologiche che hanno scarsa utilità nel concreto quando c’è un enorme bisogno di far sì che la tecnologia sia al servizio di chi ha bisogno. Ecco, noi diamo un senso allo sviluppo tecnologico: permettiamo alle persone di tornare a comunicare con gli altri grazie ai nostri prodotti. Si tratta di usare nuovamente parole semplici che possono cambiare la qualità della vita, poter rispondere a domande quali “Come stai?”, “Come ti senti?”, “Hai fame, sete, dolore?”. Si tratta, inoltre, di poter tornare ad esprimere un pensiero con frasi proprie: significa ristabilire un contatto con il mondo esterno e con i propri cari. Questo è l’uso che facciamo noi della tecnologia.

Si può parlare di sacralità in questo caso, o è eccessivo? La tecnologia al servizio della persona, del paziente in primis, ma anche delle persone intorno a lei o a lui, giusto?

La nostra sacralità sta nel benessere che generiamo nei confronti del paziente, dei suoi familiari e anche dei medici che hanno in cura questa persona. Aumentare il livello di interazione e comunicazione va a beneficio di tutti. Siamo persone, il bene relazionale è costitutivo per tutti noi, figuriamoci per persone in difficoltà. Ho ancora nel cuore le parole di un nostro paziente che ci ha detto: “mi avete restituito un pezzo di vita”. In effetti, forse qui c’è del sacro.

Immagino, dunque, che nella vostra azienda il concetto e l’importanza del bene relazionale sia chiaro. Sai, non è così in troppe aziende, dove si trascura questo bene, come fosse secondario. Eppure, è dagli anni ’70 del secolo scorso che il paradosso di Easterlin ci ha dimostrato che le persone sono felici, una volta fuori dalla soglia della povertà, con un incremento di beni relazionali.

È bello sognare e al tempo stesso fare i conti con la realtà. Le persone che lavorano nella nostra azienda lo capiscono bene. Coltiviamo la bellezza anche internamente, tra noi, siamo una squadra coesa, corresponsabile, che si diverte, senza arrivisti. Sappiamo bene che i nostri obiettivi si raggiungono lavorando insieme, con un robusto lavoro di team. Non per niente ci troviamo spesso anche al di fuori dell’orario di lavoro. Pensa anche ai nostri ricercatori: stiamo studiando nuovi progetti per analizzare altri biosegnali, non solo neuronali, come ad esempio il battito cardiaco, il movimento della pupilla, etc. Queste attività di ricerca necessitano di relazioni e di fiducia tra di noi.

Se dovessi urlare l’ingiustizia più forte che vivete come azienda?

Non avere le disponibilità finanziarie per portare avanti tutti i progetti di ricerca che ti ho appena accennato. È frustrante sapere che potremmo regalare una vita ancora più di qualità a tante altre persone ma che non possiamo farlo per mancanza di fondi. Andiamo a rilento rispetto a quello che vorremmo fare. È un’ingiustizia per chi non ha tempo a disposizione.

Tasto dolente quello del tempo a disposizione da parte di persone gravemente disabili.

Già. Ad una nostra paziente è accaduto che la sua ASL abbia deliberato l’utilizzo di due mesi del nostro caschetto, poi però per motivi burocratici le avevano interrotto il servizio. Noi abbiamo preferito continuare a fornirle il comunicatore, senza valutare cinicamente il mero ritorno economico, fino a quando si sono risolti i problemi burocratici.

Hai accennato alla bellezza. Ciò che è bello attira altra bellezza, come la musica. Se dovessi associare un brano musicale al vostro lavoro che brano sceglieresti?

Mi vengono in mente diversi brani. Think, di Aretha Franklin, perché richiama l’idea di ciò che facciamo fare, cioè comunicare con il pensiero, e perché nel ritornello ripete continuamente la parola Freedom, quella libertà che favoriamo con i nostri prodotti.

Ma mi vengono in mente anche altri brani, come quello di Gloria Gaynor, I will survive, ma anche We will rock you dei Queen, oppure Freedom di George Michael, It’s my life dei Talk Talk. Però non ho presente i testi completi di queste canzoni, magari non sono perfettamente coerenti con il nostro lavoro. Certo, il richiamo insito nel loro titolo è perfetto.

 

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