Ormai è tardi

di Stefano Pancari
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La strada per essere un buon leader è lunga e non ha un punto d’arrivo ben preciso. Il mondo evolve e la leadership di oggi non sarà la stessa leadership di domani. Il leader evolve insieme al mondo.

In questi giorni ho pensato ad Antonella, vittima di quella cultura che sfoggia il peggio di sé in assurdità come la blackout challenge. Ho pensato ai miei primi grattacapi di questi giorni con mia figlia di 7 anni. Ho pensato al ruolo di leader di mio padre durante la fase più difficile, la mia adolescenza. Che fatica è essere leader a volte!

La mia adolescenza è germogliata a fine degli anni ’80 dove i primi tuoni di un’anima ribelle si erano già fatti sentire. Nonostante la tenera età, i vestiti da comune ragazzo e un buon andamento scolastico, dentro di me c’era lava incandescente che aveva voglia di eruttare. La musica per me era ed è sempre stata la colonna sonora delle mie giornate, scandite da gruppi come i Guns’n’Roses, anche se il mio orecchio ed i miei occhi non rimanevano indifferenti alla Madonna versione “Papa Don’t Preach” ed alla post pop punk Cindy Lauper.
Erano tempi diversi, molto diversi da quelli di oggi: senza Facebook, senza smartphone e playstation. Il massimo diletto era uscire in compagnia e la mia compagnia era un bel branco. Il giorno prima fissavi per il giorno dopo o ti davi appuntamento all’uscita della scuola. A dire il vero non importava darsi appuntamento, bastava andare in piazza ad una certa ora e di sicuro trovavi qualcuno. Ricordo che in Piazza Aldo Moro arrivavamo ad essere a volte oltre 30 ragazzini con il bomber, chiodi, la gelatina ed una gran sfilata di motorini. Avere il motorino era uno status quo: c’erano i Sì ed i Ciao truccati, ma i veri invidiati erano quelli che potevano montare in sella sulle Vespe Special tirate a lucido.

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Il mio leader era severo ai miei occhi perché il motorino non me lo comprava, aveva paura che mi succedesse qualcosa. Io non potevo rimanere in piazza quando partivano le scorribande che, con le loro marmitte Polini e Marelli, facevano tremare i vetri delle finestre della povera signora Agnese. Il risultato era che montavo in sella dietro all’amico di turno e a quei tempi i carabinieri ti facevano un gran mazzo se ti beccavano in due in motorino. Il mio buon leader riconobbe che il rischio di avere il figlio dietro alla sella di uno sconosciuto era maggiore di quello di dargli un motorino. È così che ebbi il mio primo 50cc, un Califfone nero che, sebbene non fosse il top della gamma, ben presto divenne un fenomeno da baraccone da mostra espositiva: ruote tassellate, adesivi, sella chopper… e naturalmente marmitta Polini.
Mi sentivo padrone del mondo. Ghignerà chi monta in sella ad una Harley Davidson, ma io mi sentivo davvero come lui.

Una sera Joppo, che Giuseppe non piaceva farsi chiamare, era a piedi. Toccava a me dirgli “monta su”. Direzione ignota, finché le 2000 lire di miscela non si sarebbero consumate, il mondo sarebbe stato nostro. Era una sera d’estate e vagavamo per alcune strade periferiche del paese, già di per sé periferico. Vivevamo l’idillio della ribellione degli adolescenti, fin quando una sirena blu ci rovinò la serata. In una strada stretta e buia avevamo appena incrociato una Fiat Uno dei carabinieri: Diavolo! Multa o sequestro, chi lo sente mio padre! Allora, gas a tutta manetta per seminarli anche se in realtà tutt’oggi non so ancora se realmente ci avevano visti. Il mio Califfone era dotato, era capace di arrivare fra i 72 ed i 75 km/h, dipendeva dal contachilometri del motorino che ti affiancava per confermare la velocità. Immersi in quel budello nero di strada illuminato solo dal faro del mio bolide, vedevamo in fondo a noi una grande luce: era lo stradone del circolo Rinascita, come non riconoscerlo!
Con il cuore in gola, il vento che mi faceva lacrimare gli occhi e Joppo che urlava “Corri Steo! Corri!” arrivammo all’incrocio al massimo della velocità e…SBAAAM!

Quando aprii gli occhi il mondo si era capovolto. Vedevo sfocata la luce di un lampione e tantissimi volti alieni sopra di me. Ero steso sull’asfalto ed ebbi la forza di alzare la testa nonostante i forti dolori. Di lato a me c’era una Golf Volkswagen con i fari ancora accesi, con il muso segnato ed il cofano ammaccato. Tra i rumori ovattati riconoscevo una voce urlante di dolore… era Joppo. Avevo, come si dice in gergo, “bucato” lo stop in preda al panico della fuga ed il malcapitato autista della Golf non ha fatto in tempo a frenare prendendo in pieno il Califfone, me e Joppo. Io sono volato sul cofano balzando poi in avanti, mentre la gamba di Joppo era rimasta attanagliata tra il paraurti ed il telaio del motorino. Tibia e perone spezzati in due. Dovevo essere svenuto con il forte urto e adesso mi trovavo lì in mezzo ad un manipolo di passanti.

Arrivarono le sirene dei carabinieri e quelle delle ambulanze. Al di là di grosse ammaccature io non mi ero fatto nulla di grave. Per fortuna indossavamo il casco che ci ha salvato la vita e, quindi, posso ancora raccontare questa storia. Joppo fu portato via in ambulanza, passò molto tempo in ospedale e portò il gesso per 7 mesi. Da allora non fummo più così tanto amici.

Ricordo ancora quando mio padre venne a prendermi. Ricordo il suo sguardo di paura e venature di rabbia, come non capirlo. Chissà se in quel momento avrà pensato di aver fallito o, più semplicemente, di avere a che fare con una testa dura. Per fortuna ero vivo. Con la vita non si scherza.

È dura essere leader e trasmettere valori alle persone che ci circondano. Proprio perché sappiamo che è difficile non basterà assolvere “al compitino”, ma il nostro impegno e la nostra preparazione devono essere quotidiane. Lo dobbiamo fare con tutta la nostra passione per non ammettere che ormai è troppo tardi.

Dedicato ad Antonella Sicomero

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