Il secondo mitico bisticcio

di Francesco La Rosa
il secondo mitico bisticcio

Segue da Un mitico bisticcio, anzi due.

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Achille se n’è andato incavolatissimo. L’assemblea si è sciolta. Agamennone sceglie due soldati.

“Andate alla tenda di Achille, figlio di Peleo,
prendete per mano Briseide e portatela qui:
se non ve la dà, allora verrò io stesso a prenderla
con più uomini, e questo gli sarà più duro.”

Notate che non dice “Vado a prendermela da solo…”.

I due soldati, comprensibilmente bianchi di paura, si presentano alla tenda cercando le parole adatte per dire che sì, certo, a loro dispiace moltissimo, e poi Achille è sempre stato il loro campione preferito, lo sanno tutti nell’accampamento che sono suoi fan, ma gli ordini sono ordini, giusto? Altrimenti ci vanno di mezzo loro che non hanno fatto niente e quindi, insomma, se gentilmente ci lascia passare, signor Achille, noi dovremmo prelevare la signorina Briseide ed accompagnarla alla tenda del re.

Achille capisce che ha perso, che non c’è più niente da fare e che, per quanto forte, non può mettersi a combattere da solo contro tutto l’esercito Acheo, né sfidare l’autorità del re. “Pensaci tu” dice a Patroclo, il suo amico del cuore, se così ci vogliamo esprimere, perché non è un segreto per nessuno che Achille, come la maggior parte dei suoi compaesani, amava dare un colpo al cerchio e uno alla botte, per così dire.

Alla fine, i soldati vanno via trascinando una Briseide giustamente riluttante, che se stupro necessariamente ha da essere, vogliamo mettere il giovane eroe a confronto col vecchio re?

“… Procedevano lungo le navi
e controvoglia con loro andava la donna.”

E qui Omero ci infila una scena che ha dell’incredibile.

Che cosa fa Achille?

Come reagisce quest’uomo e quest’eroe, il terrore degli eserciti nemici, il vertice insuperato dell’immaginario epico dell’intero Occidente? Beh, affronta la sconfitta con forza composta, no?

No.

.

..

…  “Maaaammaaaaaaaa….”

Si siede su un sasso, piange e chiama la mamma.
Giuro che non sto inventando niente.

“… Intanto Achille
sedeva piangendo, lontano dai suoi compagni,
in riva al mare bianco, e guardava la distesa infinita,
e pregava la madre, tendendo le mani…”

A onor del vero occorre qui ricordare che Achille è molto giovane, poco più di un ragazzo, ma occorre pure ricordare che tutti i soldati di tutti gli eserciti del mondo sono sempre stati molto giovani, praticamente ragazzi. I re ed i generali no, ma quelli che combattono veramente hanno diciotto o diciannove anni quando va bene. Il motivo è semplice. A quell’età non si pensa alla morte, ci si sente invulnerabili, si combatte meglio. Non è dunque un’eccezione, Achille. E nemmeno le sue lacrime, temo. È da qui che veniamo, ci piaccia o no. Certe forme del pensiero hanno radici lontane più di quanto si pensi.

Ma torniamo alla nostra storia.

Che può fare una brava mamma mediterranea nel sentire i singhiozzi del figlio? Accorrere, naturalmente. Ecco infatti apparire Teti, ninfa del mare, dea antichissima.

“Figlio mio, perché piangi? Quale pena ti ha invaso il cuore?
Parla, non nasconderla dentro di te, anch’io la voglio sapere”

È una sceneggiata, ovviamente, ed Achille lo capisce benissimo.

“Mamma, adesso ti metti anche tu a prendermi in giro? Sei una dea o no? E allora lo dovresti sapere già da sola che cosa è successo…”

“Lo sai. Perché dirtelo se sai già tutto?”

“Ehm, in effetti qualcosa avevo intuito, ma volevo saperne di più per aiutarti meglio, tesoro mio…”

E lui gli ri-racconta tutto daccapo, e così nel frattempo si sfoga. Sceneggiata riuscita. Le mamme la sanno molto lunga, da millenni.

“E cos’altro vuoi che ti dica, ma’? Già mi hanno profetizzato vita breve. Anche infelice, la devo avere? Umiliato così, davanti a tutti? L’unico eroe senza una schiava? Che poi con Briseide ci capivamo pure così bene? E tu, non dici niente? Lasci che tuo figlio venga trattato così?”

“Il figlio di Atreo, il potente Agamennone
Mi ha offeso, mi ha tolto il premio e se lo tiene.”

Il premio. È come un bambino, questo terribile eroe, altro che i bamboccioni moderni.

“Nessuno può umiliare il figlio mio, nessuno. Vado da Zeus e gliele canto chiare. Non piangere più, tesoro mio, che ci pensa la tua mamma.
Per adesso su nell’Olimpo non c’è nessuno, gli dèi sono andati tutti a fare una grigliata dagli Etiopi, ma nel giro di un paio di settimane il party dovrebbe finire e non appena saranno di ritorno Zeus mi sentirà. Te lo promette mammina tua, sei contento?”.

Achille è contento.

Passano le due settimane, ed ecco puntuale Teti sull’Olimpo, nel giardino del palazzo reale, avvinghiata alle ginocchia di Zeus.

Rinfaccia.

Recrimina.

“Zeus, ti ricordi di me?

Ti ricordi quella volta che litigasti con tua moglie e quella s’incazzò talmente tanto che scaraventò il figlio tuo – tuo ma non suo, questo va detto – Efesto giù dall’Olimpo, che poi quello si ruppe la gamba?

Fortuna che c’ ero io ad afferrarlo al volo, altrimenti altro che zoppo, ti ci restava secco proprio.

Ti ricordi quanto mi ringraziasti quella volta, e mi promettesti riconoscenza eterna, ti ricordi o no? Guarda qua adesso, che bella riuscita, da essere orgogliosi proprio. Mi è nato un figlio bello e forte sì, ma destinato a morte prematura, questo lo sanno tutti. E passi. Ma mi tocca pure vederlo diventare lo zimbello di tutti, umiliato in pubblico da un vecchio stronzo? Eh, no, questo no. Vendicami. Ammazzali tutti. Fai vincere i Troiani. Che ti costa?”

Zeus ascolta.

Fischietta.

Guarda assorto un cespuglio, poi dedica tutta la sua attenzione ad una colonna di formiche sul prato.

“Beh, che fai, non mi rispondi? Ma allora è vero, è proprio vero, sono l’ultima ruota del carro in quest’Olimpo, ecco chi sono, l’ultima fra gli ultimi, nemmeno mi avete invitato alla festa dei Feaci, non sono proprio nessuno, io …”

Lacrime. Lacrime e singhiozzi. Molte cose hanno origini antiche, l’abbiamo già detto. Teti è avvinghiata a Zeus, e Zeus è visibilmente imbarazzato. Ha i suoi motivi. Si chiamano Era.

“Mi chiedi un’opera odiosa, che mi renderà ostile
Era, e farà sì che mi provochi con parole oltraggiose.
Anche così è sempre in lite con me tra gli immortali, perché
Dice che in battaglia io aiuto i Troiani.”

Ma le lacrime sono lacrime. Le mamme la sanno lunga da millenni, anche questo abbiamo visto.

“Su, su, non fare così, Teti, io ti ho sempre voluto bene, lo sai… e soprattutto fai piano, non farti sentire”

Zeus guarda con la coda dell’occhio in direzione della cucina.

“Prometti che farai vincere i Troiani. Prometti subito sennò mi metto a gridare”

“Va bene, va bene, prometto, ma adesso vattene”

“Parola di Zeus?”

“Parola di Zeus, mannaggia a te. Esci dal cancello di dietro, mi raccomando, non passare davanti alle finestre”

Teti se ne va. Sorridendo, ci scommetto.

Missione compiuta. Ah, se non ci fossero le mamme…

Zeus invece rientra in casa a capo chino.

Era è lì. Lo aspetta. Braccia conserte. Ti pareva.

“Sedette dunque sul trono, ma Era
non mancò di capire alla prima occhiata che aveva tramato con lui
Teti dai piedi d’argento, figlia del vecchio marino.”

“Buongiorno amore” tenta di svicolare Zeus guadagnando rapidamente la poltrona, pardon, il trono.

“Con chi parlavi là fuori?”

Era non ha voglia di tergiversare.

“Chi, io?”

“E chi se no?”

“Niente, passavano a salutare…”

“Era Teti, vero? L’ho vista, che se la squagliava dal cancello di dietro, se la filava come una ladra. Che voleva?”

A questo punto Zeus ha un sussulto di orgoglio virile, raddrizza le spalle, petto in fuori, fissa la moglie negli occhi.

“Era, non sperare mai di conoscere tutti i miei piani:
saranno anche a te inaccessibili, benché tu sia la mia sposa;
quello che è giusto tu sappia nessuno
lo saprà prima di te, né uomo né dio.
Ma quello che voglio pensare da solo in disparte
dagli altri dèi, non devi chiederlo e non devi indagare.”

Figuriamoci Era. E qui i riferimenti all’eterno femminino me li tengo per me.

“Lo sapevo. Ti ha chiesto di far vincere i Troiani. Me lo immaginavo, guarda. Sta smorfiosa. Ah, ma non sa contro chi si è messa. E tu, non le avrai per caso promesso …”

Non finisce la frase.

Va bene tutto ma l’uomo è uomo.

Zeus si alza, ha gli occhi sbarrati, si avvicina alla moglie con uno sguardo omicida. La mano si allunga verso il cassetto delle folgori.

“Sciagurata, sempre sospetti, mai posso sfuggirti;
ma non otterrai nulla, (…)
Ora siedi e taci, e obbedisci al mio ordine;
non ti potranno aiutare tutti gli dèi d’Olimpo
se mi accosto a te e addosso ti metto le mani invincibili.”

Era indietreggia. Interviene Efesto.

“Ehi, ehi, ehi, ma che fate? Basta bisticciare, che già mi avete storpiato una volta. Facciamo merenda?”

Effettivamente, dopo il barbecue dei Feaci, agli dèi si è aperto come un languorino. Vanno a tavola.

Ricapitoliamo. Achille ha un problema, ma invece di affrontarlo passa la palla a mamma Teti. Lei a sua volta scarica la grana su Zeus, il grande capo. Zeus ha mille pensieri, naturalmente, e la questione della schiava di Achille non è esattamente in cima alla sua lista. Dice di sì a Teti pur di togliersela di torno, e non ci pensa più.

Ti ricorda qualcosa questa storia, Safety Rockstar? Magari qualcosa che accade quotidianamente proprio nell’ambiente in cui lavori? Magari proprio sulla sicurezza? Beh, come andò a finire in quel caso lo sappiamo tutti, coi Greci vittoriosi e Troia in fiamme.

Lo scaricabarile non è mai stata una strategia vincente…

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Nota: Tutte le citazioni sono tratte dalla traduzione di Guido Paduano uscita sui Meridiani Mondadori.

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