Un mitico bisticcio, anzi due

di Francesco La Rosa
un mitico bisticcio

Tutti più o meno sanno come comincia l’Iliade, giusto?

“Cantami o Diva del Pelide Achille”, ecc. ecc.

I Greci (o Achei), da dieci anni inchiodati davanti a Troia senza andare avanti né indietro, ogni tanto per sgranchire le gambe e cercare distrazione, oltre che per assicurare i necessari vettovagliamenti per le voraci truppe, facevano qualche spedizione per saccheggiare città sperabilmente meno coriacee della perfida Ilio.

Di una di queste spedizioni aveva fatto le spese Crisa, dalle parti di Tebe. Incursione, saccheggio, bottino. Un raid, praticamente.

Come parte accessoria del bottino, le donne, che in un assedio c’è sempre tanto da fare per tenere in ordine le tende dei guerrieri, e poi la notte spesso fa freddo nell’accampamento ed occorre scaldarsi. Era d’uso fare così, e il poema ne parla con una naturalezza disarmante.

Agamennone è il re, e gli spetta dunque la migliore del mazzo, su questo non si discute: è Criseide, ragazza di buona famiglia, diciamo. Figlia addirittura di Crise, sacerdote di Apollo, scoprirà in seguito Agamennone, e la scoperta non gli piacerà, in quanto il suddetto genitore arriverà col riscatto per chiedere la restituzione della figlia in nome appunto del dio Apollo.

Criseide figlia di Crise sacerdote della città di Crisa? Uno ha l’impressione che Omero stia ridacchiando da qualche parte.

“Tutti i Greci approvavano che si rispettasse
il sacerdote, e si accettasse il ricco riscatto”

“Quasi” tutti, per meglio dire. Tutti tranne uno. Già, perché un re non si fa privare così facilmente della sua coperta favorita, e perciò Agamennone manda più o meno a quel paese quel sant’uomo di Crise. Da qui, l’offesa ad Apollo, che comincia a sterminare le truppe achee a forza di frecce, ossia epidemie. Apollo non è solo un dio solare, come siamo abituati a considerarlo da Nietzche in avanti. È anche il dio dei flagelli, uno capace di colpire nel mucchio, senza tanti perché.

“Così non possiamo andare avanti”. Un po’ con le buone ed un po’ con le cattive i capi guerrieri, Achille in testa, fanno capire ad Agamennone che non ci si comporta così con un sacerdote di Apollo, e che è meglio, molto meglio per tutti restituire la fanciulla in fretta, senza riscatto e con le scuse per giunta.

Il profeta Calcante, con la voce che gli trema un po’, osa dire ad alta voce quello che tutti pensano:

“…il dio arciere ci ha dato pene e ce ne darà altre ancora:
non stornerà dai Greci la terribile peste,
prima che sia ridata al padre la giovane dagli occhi vivi,
senza prezzo, senza riscatto e si mandi una sacra ecatombe
a Crisa”

Ecatombe vuole dire letteralmente “cento buoi”, cioè un sacrificio di cento bestie, scelte fra le più sane e belle. Una spesa colossale. Una cosa da re. Noblesse oblige. Agamennone abbozza, ma gli girano a mille, come si può intuire, e mastica amaro.

Ma come, proprio io, il re, rimanere senza donna? Non sia mai. Me ne prendo un’altra.

“…acconsento a ridarla, se questo è il meglio;
voglio che si salvi il mio popolo e non che sia perduto:
ma preparate per me un altro premio, che non sia il solo
tra i Greci a restarne privo.
Lo vedete tutti che il mio premio se ne va altrove”

E non ne vuole certo una qualsiasi, si capisce, ma una scelta da lui. Qual è la numero due? Ma quella di Achille, naturalmente: Briseide. E io Briseide mi piglio, e che quel ragazzino di Achille si scaldi col fuoco, se proprio ha freddo, così impara a farsi gli affari suoi. Glielo dice pure, Agamennone.

“… così che tu impari
quanto sono più potente di te, e così ogni altro
tema di parlare di fronte a me e di dichiararsi mio pari”

Il seguito lo sanno tutti, credo. Achille non la prende per niente bene, impreca, si alza vaffanculando il re. Deve intervenire Atena in persona per evitare che finisca a coltellate.

Ma a coltellate non finisce. Non può finire. Perché un poema come l’Iliade è anche un libro di testo e di insegnamento, e l’insegnamento qui è che il re può non essere più forte di Achille, e neppure particolarmente furbo, in questo caso, ad inimicarsi il suo guerriero migliore, ma sempre re rimane, e l’autorità del re si rispetta, punto e basta.

Nestore, che è un po’ la voce del buon senso, il grillo parlante del poema, glielo dice chiaro, ad Achille:

“E tu, figlio di Peleo, non volere contendere con il sovrano
Fronte a fronte: non ha avuto in sorte lo stesso onore
Il re che porta lo scettro, e a cui Zeus concede la gloria.
Se tu sei forte, e ti ha partorito una dea,
lui è più potente perché comanda a più uomini.”

E ci si immagina scolaresche di bambini greci che meditano su questo passaggio sotto lo sguardo severo ed il dito puntato del loro maestro. Il re è re, punto e basta, capito, bambini? Omero intellettuale integrato, organico al potere?

Non so, sarebbe un discorso lungo. Al lettore moderno, però, risulta evidente che Agamennone ha autorità (“il cappello per comandare”, direbbe Fossati) ma non autorevolezza, e volendo sfoggiare inglesismi, le sue competenze di leadership e team building sono meno che modeste. È un capo, ma non certo un coach, e soprattutto non ci sa fare col fuoriclasse della squadra che, come tutti sanno, è spesso una prima donna e richiede attenzioni particolari.

Infatti…

“Fattelo da solo, ‘st’assedio di Troia, allora”.

Dissolvenza. Achille esce.

Più o meno finisce così. Achille si ritira dalla guerra, lasciando costernati gli Achei che, senza il capocannoniere, temono non a torto di prenderne un sacco dai Troiani nelle prossime battaglie.

Fin qui l’episodio di apertura dell’Iliade, quello che insegnano già alle scuole medie. Ma che succede subito dopo, chi se lo ricorda? Eppure, il bello deve ancora venire.

Segue su Il secondo mitico bisticcio.

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Nota: Tutte le citazioni sono tratte dalla traduzione di Guido Paduano uscita sui Meridiani Mondadori.

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