The guts

di Marco Colombo

“I wanna be somebody! Be somebody soon”!

Steven Edward Duren, del cui stage name accenneremo in chiusura, inizia a scrivere nel 1984 la più lunga e tuttora attiva pagina della propria carriera con i suoi W.A.S.P. grazie all’omonimo debut album, il cui brano di apertura è proprio la tirata, elettrizzante “I wanna be somebody”. L’allora 28enne newyorkese, già sulla scena da diversi anni dopo aver fondato i Sister prima (tra le cui fila militò anche un giovanissimo e baldanzoso Nikki Sixx) e i Circus Circus poi, esordisce con la sua massima, sfolgorante, celeberrima creatura in maniera priva di fronzoli:

You say you don’t want to run and hide
A face that no one knows
And everyone you meet, you’re gonna show
You’re nobody’s slave, nobody’s chains are holdin’ you

Non vuoi correre a nasconderti, non vuoi che la tua sia una faccia sconosciuta. Nessuna catena può trattenerti, non sei schiavo di nessuno: mostralo a chiunque incontrerai sulla tua strada!

Ecco il mantra cresciuto nell’animo del cantante e chitarrista di una delle heavy band più acclamate dagli eighties in avanti, il cui sound vive a cavallo tra hard rock ed hair metal, miscelati in un connubio esplosivo soprattutto in sede live, laddove le graffianti vocals del nostro leader di giornata vengono efficacemente coniugate a show visivamente ispirati all’Alice Cooper più grottesco, oscuro e d’impatto.

Oh, you just got to be
Up high where the whole world’s watchin’ me
‘Cause I, I got the guts to be somebody
To cry out

Ebbene, devi semplicemente esserlo (quel qualcuno che desideri essere)! Su, là in cima, da dove tutto il mondo ti può vedere, perché tu sì che hai avuto the guts per arrivare ad essere qualcuno per cui piangere! Ora, a nessun lavoratore del mondo HSE verrà forse mai in mente di narrare sé stesso come un individuo che abbia le palle per essere qualcuno (andiamo, the guts in questo contesto può significare solo… le palle! Il fegato sarebbe stato troppo da film western) – ma, onestamente… perché no? Pensandoci bene… non in nome dell’autocelebrazione, ma esclusivamente nel nome del messaggio da veicolare, chi legge ROCK’N’SAFE lo sa: è forse bene ogni tanto buttar fuori la rockstar che c’è in noi, alzare un attimino il volume, osare un po’ di più… Perché, come già detto in qualche spunto qui e là negli ultimi mesi, il quieto vivere può facilmente trasformarsi in quieto morire: a questo prezzo, tanto vale una rumorosissima e (possibilmente sicura) sopravvivenza. Considerando gli ultimi avvenimenti, vien da pensare che il messaggio non vada poi semplicemente veicolato, ma urlato e ribadito a gran voce con tutto il fiato a disposizione.

Shiny cars and dirty money
Lots of rock and roll
(I will) live in fame and die in flames
I’m never getting old

Volevamo farci mancare una strofa conclusiva un po’ più su di giri? Ma certo che no. Senza scherzare troppo col fuoco (né sperando nell’esistenza dell’elisir di lunga giovinezza), portiamo i nostri lots of rock and roll anche nelle aziende. Meno giacche, meno ipocrisia, più volume (bisognerebbe farne uno slogan).

Dello pseudonimo di cui sopra: avreste mai detto che a strillarci come fare le Safety Rockstar sarebbe stato proprio uno sfacciato personaggio il cui cognome d’arte fa… Lawless? Grazie Blackie, per insegnarci ad essere un po’ più wildchild!

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