Non conformità

di Marco Colombo
non conformità

Primo tempo

 “Jarvis, trova un punto vulnerabile”!

 Non conforme. Ampio dibattito, a partire dal principio, dalla parola stessa: conforme. Treccani, alla voce “conformità”, nella sua forma di locuzione avverbiale, recita: “in c. delle prescrizioni; in c. di quanto è stato disposto; questi sono gli ordini e voi dovrete agire in c.”. In ambito sociologico, essa viene definita come “il risultato dell’adattamento individuale alla cultura del gruppo, per cui il singolo, orientandosi verso i valori basilari della società, si adegua e accetta nel concreto sia le mete culturali e i fini condivisi nel gruppo, sia i mezzi istituzionalizzati e ufficialmente sanciti per conseguirli”. Scavando qui e là, abbiamo d’altra parte scoperto anche che “lo scopo dell’uomo”, secondo Platone, “è in fondo quello di assimilarsi al divino secondo le proprie possibilità”. Per dirla alla Francesco La Rosa: già tre secoli prima di Cristo alla compliance ci tenevano, ma Zeus per fortuna non era uno di quelli estremamente puntigliosi.

Ma, mentre scorrono queste parole, dal sacro altare eretto alla libagione degli Dei Assiomi, impercettibile ma inesorabile cade una briciola. La briciola del dubbio, quella solita, apparentemente ineffabile scintilla che innesca il miglioramento.

Retrocedendo di qualche sola riga: “i mezzi istituzionalizzati e ufficialmente sanciti per conseguirli”. Istituzionale, ufficiale. Belle parole, altisonanti. Abbinarle alla propria persona o professione o azienda suona di pulito, di nuovo, di garantito, funzionale, ben fatto, indistruttibile.

Nulla di più sbagliato.

Ecco il punto vulnerabile.

Niente da eccepire a Treccani, l’Olimpo dei linguisti sta da un’altra parte. Ma contestiamo, contestiamo sempre e comunque la staticità e l’immobilismo, che da secoli segnano il destino di professionisti e imprenditori. La vision è un qualcosa a cui puntare, è un orizzonte da raggiungere, è un valico da oltrepassare. È un sogno per il futuro, e i sogni non si raggiungono né con gli occhi bendati, né con i preconcetti, né con le checklist, che ci possono al massimo garantire la conformità ad una norma. La norma, che troppo spesso viene vista, sminuita e strumentalizzata, come un altro mezzo istituzionalizzato e ufficialmente sancito, della quale l’output più gettonato resta la non conformità, quale unico e infallibile metro di giudizio del buon funzionamento di un processo o di un’attività. Asettico, anaffettivo.


What do you mean I “hurt your feelings?”
I didn’t know you had any feelings
What do you mean “I ain’t kind?”
I’m just not your kind
What do you mean “I couldn’t be the president
Of the United States of America?”
Tell me something
It’s still “we the people,” right?

If there’s a new way, I’ll be the first in line
But it better work this time

Come dici, ti ho offeso? Ma, dimmi, nessuno mi ha informato circa i tuoi sentimenti.
Come dici, non sono gentile e aperto nei tuoi confronti? Bah, semplicemente non siamo dello stesso “genere”.
Sostieni che io non possa essere il presidente degli Stati Uniti d’America? Ma, sentiamo… Lo slogan è ancora “we the people” (… falso e pure passato di moda, scommetto)?
Mettiamola così: se c’è un nuovo modo di fare le cose, sarò in prima fila.
Ma sarà meglio che stavolta funzioni. Niente ipocrisie e falsità.


Il sig. Mustaine non è uno di quelli che le mandi a dire: le dice lui e tanto basta. Anno 1986, il frontman della thrash metal band Megadeth aveva già parecchio da ridire su questo mondo, in una modalità tutta sua, spesso oscura, criptica, rabbiosa, ma alquanto onesta e coerente. Indubbiamente in controtendenza. Perché la verità fa sempre controtendenza. Perché stravolgere lo schema preconfigurato dà fastidio. Perché quando i bpm diventano troppi, quando i decibel diventano troppi, quando le critiche sono feroci e indiscutibili, il messaggio arriva e fa male. Soprattutto se dall’altra parte della puntina chi parla sono musicisti di spessore internazionale con la schiena dritta e la voce roca. Gli stessi sui quali, non sapendo chi fossero, non avreste puntato un euro né tantomeno li avreste fatti uscire con vostra figlia. Gli stessi che poi ti ritrovi a canticchiare “Peace sells, but who’s buyin?”, anche perché sai che hanno ragione.

Si badi bene prima di additarli come non conformi: lo fossero stati davvero non avremmo avuto evoluzione, né musicale, né culturale. Le divinità di cui sopra benedicano la Bay Area californiana e la sua sfornata di thrash metal, il più grande, storico brodo primordiale di punk, heavy metal, riff lancinanti, sguaiate denunce, ritmiche serrate e, diciamolo, a volte qualche estremismo di troppo. Ma Gauss di questo aveva già tenuto conto e va bene così. Anche perché, se da una parte un nome a caso come “Possessed” potrebbe far scuotere la testa a parecchi benpensanti, dall’altra consideriamo il fatto che avremmo potuto salvarci in corner definendola più teneramente “la band di uno degli allievi di Joe Satriani”. A quel punto, nulla da ridire: la fama del Maestro avrebbe coperto la non conformità di una storica band dalle pur discutibili opinioni. Ipocrisia bella e buona. Ben altro direbbe il leader indiscusso Jeff Becerra, rimasto paralizzato poco più che ventenne, ma ancora sul palco a regalare tuonanti gioie ai suoi “teneri” fans. In fin dei conti, i fatti contano ben più delle rassicuranti apparenze.

Secondo tempo

Perché questo articolo è stato diviso in due parti, come un film, ci si chiederà.

Perché è proprio così che ci si sente, dopo aver realizzato quante recite si mandano in onda quotidianamente, spesso in prima fascia pomeridiana, senza accorgersene nemmeno. Come in un film dal copione troppo ripetitivo, dal finale scontato e insoddisfacente. E gli articoli a ricordarci delle conseguenze più gravi di questa trama mal costruita li troviamo sui giornali, con atroce regolarità.

“Bring the noise”, pluriacclamato brano dei rapper statunitensi Public Enemy pubblicato come singolo nel 1988, imperterrito continua dopo più di trent’anni a venire incluso piuttosto frequentemente nelle heavy rotation delle stazioni radio di tutto il globo. Alla stessa maniera e con la stessa vibrante energia di allora, continua anche ad impartire una lezione di stile, un saggio di scanzonata, tagliente ironia. “They call themselves black, but we’ll see if they’ll play this”: tutto questo non suona strettamente politically correct, ma – e qui di dubbi non se ne avvistano –  mette le cose in chiaro su quale fosse uno dei problemi dell’industria musicale di allora: malcelata discriminazione ed emittenti piegate al perbenismo imperante dell’epoca. Tutti conformi, per così dire.

Ma Chuck D e soci conformi non lo erano affatto, perciò nel 1991 diedero alle stampe una versione dello stesso pezzo, nel frattempo divenuto un successo, ri-registrata con i thrashers newyorkesi Anthrax. Questi ultimi già da tempo bazzicavano i vagamente soleggiati lidi del crossover, ragion per cui la collaborazione risultò infine per entrambi un trionfo, trasformando definitivamente quella canzone in un manifesto della vera e completa libertà d’espressione, calato in un contesto complesso come quello dei primi anni ’90, dove gli Stati Uniti vivevano umori discordanti, con la fine della guerra fredda e il repentino passaggio alla confortevole ma scivolosa New Economy. Eppure, la carta stampata riuscì comunque a guastare parzialmente la festa, criticando la scelta stilistica intrapresa dalle due band. “A magazine or two is dissing me and dissing you”! Ma ciò non scalfì nessuno, men che meno la band capitanata da Scott Ian, che proprio nello stesso anno scriveva, suonava e pubblicava in “Time”:

I make my move today
Time and life, life and time
To have and hold
And sometimes find
It isn’t mine, it isn’t yours
Man to man I’ll fight you for
Time and life, life and time
One day I’ll get what’s mine
Through the persistence of time
Life and death as words they don’t mean shit
It’s what you do with them

 Poca filosofia in questo frangente, ma la dichiarazione d’intenti è ineccepibile: vita e morte, di per sé sono solo parole. Ciò che conta è quello che fai con esse, come ti rapporti ad esse, come nel tempo dimostri di combattere fino in fondo per ottenere ciò che credi sia giusto.

Di conformità qui non c’è traccia.

C’è solo un fragoroso richiamo all’impegno: etico, morale, sociale.

Quei tre tipi di impegno che vanno poi a comporre i multipli strati di una vision a più ampio spettro, la famosa vision di cui spesso si parla in ambito aziendale e già citata nel primo tempo.

La vision di Anthrax e Public Enemy è molto chiara e la portano avanti da quasi un quarantennio: sul loro petto la medaglia di Leader non stonerà affatto.

Possiamo dire lo stesso di noi?

Siamo stati mai in grado di suonare una nota davvero stridente, per spaccare il pericoloso equilibrio su cui posano una miriade di false certezze?

Abbiamo mai scavato abbastanza a fondo nei nostri animi per capire davvero chi siamo e quale sia la nostra personale vision?

Abbiamo mai tentato davvero di uscire dal coro, dal luogo comune, dal pregiudizio, dal solito, limitante dare tutto per scontato, dall’aula dove tutto viene ripetuto sempre uguale da persone tutte uguali che parlano a discenti sempre affamati di crediti ma per nulla interessati ad ascoltare la musica della consapevolezza?

Abbiamo mai davvero messo in dubbio tutto ciò che ci riguarda, tutto ciò che ci circonda, tutte le nostre abitudini, il significato delle parole, la sincerità delle persone, la bontà del cibo e le teorie che diamo per assodate?

Abbiamo deciso davvero consapevolmente a quali verità aggrapparci?

O preferiamo essere conformi?

Insomma… “Lei chi è, in questo vasto multiverso, signor Strange”?

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