Mente sospettosa

di Marco Chelo
Mente sospettosa

“Andiamo a prendere un caffè?”

Quante volte riceviamo questa domanda o la poniamo nella nostra quotidianità lavorativa.

Beh, un bel sorriso ed “anche sì”, l’occasione per staccare qualsiasi cosa si stia facendo e per scambiare due parole e farsi una bella risata, che non guasta mai.

In un ambiente favorevole è normale.

Bene, immaginate per un attimo di sentire questa semplice domanda in un luogo di lavoro dove invece il clima è tutt’altro che tranquillo.

“Perché? Cosa vuole da me che manco ci parliamo, se quella macchinetta potesse parlare, mi vuole controllare, quindi non si fida di me, quindi pensa che non sia capace, non sono quindi apprezzato, magari mi vuole parlare male di quelli in ufficio”.

In loop, continuo.

Da cui non se ne esce e che si alimenta attraverso episodi banali ed insignificanti.

È quella voce dentro che rimbomba e vede qualsiasi gesto o semplice domanda in maniera negativa.

È quell’altra faccia della stessa medaglia, il sospetto ormai tremendamente pop nella attuale società, ricettacolo di ogni forma di stress e capace di inquinare in maniera irreversibile un ambiente in “not safe”.

Miglior canzone per spiegare cosa significhi mi arriva ascoltando il grande Elvis attraverso una ballata rock, dalle classiche melodie anni ‘60 diventata una pietra miliare della musica mondiale.

“Sospicious mind” ha già una storia particolare.

Scritta e cantata nel 1968 da Mark James senza successo, l’anno successivo viene riarrangiata e proposta al The King of Memphis, diventando numero 1 nella classifica hit dopo pochi giorni dalla sua uscita.

Considerata ancora oggi uno dei suoi brani più celebri tanto da dare vita a innumerevoli cover (una su tutte negli anni ‘80 dai Fine young cannibals, band new wave londinese) e colonna sonora di tantissimi film (Black Hack Down, il primo che mi viene in mente).

La voce di Presley è ancora oggi capace di far muovere le gambe e liberare i pensieri, ma è nelle sue parole che risiede l’essenza del brano.

Una storia d’amore che non riesce a decollare per i sospetti esistenti, come caduti in una trappola da cui non si può uscire, in cui non si crede alle parole, proprio come recita il testo parlando di  un amore tossico giunto alla fine.

Una canzone che rappresenta l’esempio perfetto di quanto accade in un clima lavorativo negativo, come due innamorati che non si fidano e che pesano le parole altrui.

Le stesse sensazioni che si provano in un contesto lavorativo in cui non può esistere benessere organizzativo e neanche proliferare.

Soluzioni?

Sicuramente una comunicazione interna basata su valori come trasparenza, rispetto attraverso condivisione di obbiettivi chiari e definiti nelle responsabilità, ma soprattutto Fiducia, benzina nei rapporti interpersonali, vero terreno fertile su cui costruire un ambiente sano e sicuro, quella parola mai menzionata nella canzone di Elvis Presley, morto solo pochi anni dopo e su cui ancora oggi si concentrano tante storie, molte delle quali degne di una puntata di X-files.

Ma in fondo, l’ho detto prima che viviamo in una società sempre più humus di menti sospettose e questo forse ci deve far riflettere oggi, tanto.

Desidero ringraziare Gianmarco Guerrini, fonte di ispirazione attraverso i suoi scritti e interviste sul welfare aziendale, riuscendo con poche parole a mostrare punti di vista e luoghi a me sconosciuti.

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