La sottile linea… telegrafica

di Marco Colombo

Con quella copertina che farebbe rizzare i capelli in testa a chiunque si occupi di valutare il rischio fulminazione, “Love Over Gold” segna il quarto capitolo nella discografia dei Dire Straits, forse il più fulgido dell’intera produzione della band. Condensate in 41 minuti e sole cinque canzoni, le note di questo album sprigionano a lento rilascio un crescendo emozionale costruito su impalcature progressive rock, tanto dolci e riflessive nei passaggi più introspettivi, quanto complesse ed altisonanti nelle fughe di fine brano, tipiche del gruppo britannico.

“Telegraph Road”, posta come opener del lato A in quelli che erano, anzi, sono, i buoni, vecchi vinili, nulla fa se non dichiarare l’intento da parte dei nostri di portare avanti, con disarmante disinvoltura, anche tematiche affini alla sociopolitica. Tematiche più che evidenti anche nella (non a caso) opener del lato B, quella “Industrial Disease” che già dal titolo potrebbe a qualcuno suonare più affine ai nostri usuali lidi ottantuniani (mi sia concessa questa tremenda licenza poetico-normativa).

Mescolando a dovere alcune frasi prese dai testi dei due brani sopra citati, potremmo ottenere un risultato vagamente inquietante:

 

A long time ago, came a man on a track,

Walking thirty miles with a sack on his back,

And he put down his load, where he thought it was the best…

 

He built a cabin and a winter store,

And he ploughed up the ground by the cold lake shore…

 

Then came the churches, then came the schools,

Then came the lawyers, then came the rules … then came industrial disease.

 

On ITV and BBC they talk about the curse;

Philosophy is useless, theology is worse;

History boils over, there’s an economics freeze!

Sociologists invent words that mean ‘Industrial Disease’…”!

 

L’esplosione di una diga è, figurativamente, quanto di più efficace potrebbe venire in mente, se volessimo descrivere con un’immagine la gran quantità di argomenti toccati da Knopfler&Co. in così poche righe. La tematica, anzi, la “quasi denuncia”, riguarda sempre la difficoltà dell’uomo moderno nel destreggiarsi in un mondo sempre più complicato, controverso, corrotto, poco lungimirante, aggressivo, inquinato, egoista, e chi più ne ha, più ne metta, come si suol dire.

Correva l’anno 1982: come si è modificato il nostro mondo, da allora? Verrebbe da dire: non si è modificato affatto; solo, si è ulteriormente complicato. O addirittura, è diventato “troppo pieno e complicato per poterlo scaricare”, così come cantava nel 1995 (quindi, ben più di dieci anni dopo) una nota band cresciuta nell’hinterland milanese, sempre riferendosi al nostro amato pianeta azzurro.

Tematiche ambientali, tanto importanti quanto strumentalizzate. Vite umane che, da uccel di bosco libero e puro, diventano sub-entità biologiche costrette a (soprav)vivere in spazi confinati. Stress lavoro-correlato ai massimi storici. Regolamenti-normative-protocolli stesi a cento mani, spesso anche grazie al tris d’attacco ‘taglia, copia, incolla’, col principale scopo di tutelare Tizio o Caio a seconda della stagione politico-economica (tanto poi arriva puntualmente Sempronio a fregarli entrambi).

Le risorse umane e naturali non possono essere ottimizzate, consumate, stritolate, riciclate all’infinito: la responsabilità di ognuno di noi non può più riguardare solo e tutto ciò che arriva fino alla punta del nostro naso, o alla fine della nostra staccionata, o al confine della nostra nazione. La nostra responsabilità può e deve ora spaziare a tutto tondo, riguardando sia ciò che ci sta più vicino (noi stessi, il nostro corpo, la nostra mente, i nostri affetti, e perché no, il nostro proverbiale orticello), sia ciò che ci sta più lontano. Il mondo lentamente ma inesorabilmente globalizzato ci dà tante possibilità in più, ma alla stessa maniera ci obbliga ad essere più responsabili a livello di senso civico, a livello di dovere morale, a livello di responsabilità verso il futuro. Forse, mai e poi mai il nostro “uomo che camminò trenta miglia” avrebbe pensato di creare, posando la sua biblica prima pietra “where he thought it was the best”, una nuova colonia umana, il cui futuro sarebbe poi stato minato da avarizia, disonestà e sofferenza… Lasciando che la modalità comunicativa più onesta, la quasi primigenia telegraph road, finisse per venire “sporcata”, dimenticata, e infine vissuta e celebrata dai soli uccellini, avvolta dal loro incerto volo e dal loro ingenuo cinguettio. “Loro possono ancora volare via”, dice Knopfler. Evidentemente, per gli umani non è più esattamente così. Stretti nella morsa sociale, economica, politica, gli uomini si sono costruiti attorno una Torre di Babele, che per desiderio di onnipotenza vorrebbero scalare, ma dalla quale non riescono più ad uscire.

 

… pensieri in libertà? Denunzia all’attuale società?

… e la sicurezza?

 

La sicurezza non è solo “quella sul lavoro”. È qualcosa di molto di più, che deve venire da dentro di noi, permearci, e divenire quel piccolo, ma insostituibile concetto di fondo che influenzerà ogni nostra singola decisione. Per il bene di noi stessi, di chi ci circonda e, in fondo, di chi ci sarà dopo di noi. Preservare la nostra mente, preservare il nostro corpo, evitare di crederci una “specie eletta” (cosa che non siamo), conservare con gelosia ed applicare con metodica rigorosità il rispetto per sé stessi e per il prossimo (e per la sua incolumità, art. 20): ecco pochi, semplici passi per costruire un futuro migliore, magari con qualche regola in meno e un po’ di felicità in più.

Chiudiamo con un’iperbolica, ironica domanda: ma quand’è che arriverà il nostro salvatore a dirci “Industrial disease? I’d cure it soon: abolish Monday mornings and Friday afternoons!”?

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Lorenzo Cagnetta 16 Dicembre 2020 - 20:45

Ottima recensione

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