E se la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi

di Rita Somma

Quando mi è stato chiesto di portare il mio contributo al magazine ROCK’N’SAFE, non ho esitato ad aderire. Ogni iniziativa indirizzata ad incentivare riflessioni e strumenti nuovi, anche coraggiosi e creativi, nel tentativo di smuovere la fase di stallo del trend infortunistico, va sostenuta. C’è bisogno di saperi critici in grado di dare una scossa a questo equilibrio irreale nella gestione della sicurezza sul lavoro, troppo spesso vissuta come finzione di conformità normativa, che gioca sull’ambiguità formale-informale, mondo dell’ufficialità-mondo underground. Occorre intravedere e spalancare nuovi orizzonti e scenari finora inimmaginabili, ripensare in maniera radicale e indipendente all’attuale sistema di gestione della sicurezza, per cercare strade alternative per intendere la prevenzione, in una sorta di insubordinazione che porta a superare i processi di appiattimento. C’è bisogno dunque di coloro che instancabilmente devono cercare criticamente possibilità altre e concrete, un “disordine” che rompe questo stato di torpore in cui sono imprigionate. Un cambio di paradigma che non vuole essere un semplice slogan ad effetto, ma che diventa una priorità, un’urgenza improrogabile. Con la consapevolezza che innovare vuol dire anche destabilizzare.

Potremmo ripartire con il guardare l’impianto prevenzionistico consolidato con occhi ed angolazioni diverse, in una sorta di Ianus Bifrons che scruta nuove possibilità pur con uno sguardo forgiato sulle esperienze passate accumulate. “Lei vede, ma non osserva. C’è una netta differenza”, diceva Sherlock Holmes a Watson, invitandolo ad osservare con maggiore attenzione le sfumature per superare l’impasse e arrivare alla soluzione.  Potremmo così, come delineato dal sapiente detective generato dalla penna di Arthur Conan Doyle, mettere in discussione l’impianto prevenzionistico precostituito e ribellarci all’appiattimento, per far emergere le alienazioni che permeano la gestione attuale della sicurezza che, ancora troppo spesso, offre una visione agnostica del lavoratore costretto ad emulare l’uomo mascherato che, con una attillatissima tuta rossa e blu, balza con voli acrobatici tra i grattacieli di New York, attaccato a resistentissime fibre filiformi adesive che lancia dai polsi e utilizza come liane, affidandosi alla speranza di cavarsela, come nello spirito della filosofia sdoganata dalla Napoli milionaria.

Una ricetta magica non c’è ma di certo non possiamo sempre aspettare le grandi tragedie per trovare soluzioni alternative, ricostruendo arraffazzonatamente davanti alle macerie. Per contrastare il dramma degli incidenti nei luoghi di lavoro risultano necessarie azioni sinergiche preventive, determinate e responsabili, da parte di tutti gli attori istituzionali (a vario titolo chiamati a garantire la tutela della salute e sicurezza del lavoro): le parti sociali, il mondo produttivo, la società civile. La sicurezza deve diventare dunque una vera priorità sociale, che richiede un impegno straordinario ma costante di tutti e soprattutto richiede di attuare un deciso cambio di paradigma in approccio multidisciplinare e multifocale. È il momento di costruire ponti, non steccati o muri. Oggi la richiesta incessante di intervento, di cambiamento si eleva da ogni luogo e da ogni singolo individuo ma manca, riprendendo Kurt Lewin, la fase dell’azione, nella quale si definiscono i tempi, i compiti, le responsabilità e si procede alla realizzazione del piano per garantire la vera sicurezza. Ma, ancora una volta, dovremo chiederci chi sarà a guidare il processo, e trovare la strada…

E se, nell’attesa di questo fantomatico timoniere che governi l’imbarcazione per condurla in porto, “la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi”?, richiamando, in linea con il linguaggio rock proprio del Magazine, un testo di Vasco Rossi. Potremmo quindi iniziare a pensare che ognuno deve fare la propria parte (anche noi cd. esperti di sicurezza!), recuperando lo spirito di comunità di olivettiana memoria, che molti studiosi ancora valorizzano. Ognuno in prima persona, questa è la vera idea, banale ma rivoluzionaria. Una guerra che merita di essere combattuta ed è ormai chiaro che dobbiamo combatterla tutti, su più fronti. Se il tuo nemico ha una pistola, non puoi usare una lancia e sperare di vincere. È necessario mettere in campo tutte le armi che abbiamo, altrimenti finiremo sempre per vivere questa sensazione di rassegnazione alla sconfitta.

Un primo passo verso il cambiamento potrebbe essere quello di uscire dalla logica capitalistica che ormai imperversa anche nel mondo della sicurezza e che la fa intendere spesso come un bene di consumo, un oggetto come un altro che può essere commercializzato (con offerte al ribasso, ahimè), e che risponde ormai al mercato nell’ottica neoliberale dell’incontro di domanda e offerta, troppo spesso aggiudicando nelle mani di cd. esperti di dubbia competenza. Bisogna mettere a nudo gli equilibri artificiali che si sono depositati nella logica di costruzione della sicurezza, si tratta di disvelamenti che sottendono opzioni altre, atteggiamenti diversi verso il reale. Risulta necessario riflettere sul ruolo consulenziale o comunque chiedere che lo stesso ruolo non sia scontato e che alla sua assunzione conseguano una serie di domande.

La svolta culturale viene acclamata sì da ogni parte, ma troppo spesso rimane nella sfera di un concetto astratto di cui riempirsi la bocca, affermazione inflazionata divenuta logoro luogo comune. La cultura è una strada da costruire, un processo, che non è un contenuto o un oggetto, e come tale deve essere costantemente sostenuto da adeguate pratiche organizzative e da azioni da compiere. Per stimolare il cambiamento bisogna intervenire quindi sul disegno delle politiche e sugli orientamenti dei lavoratori, mettendo in campo azioni concrete che, come costellazioni, possano orientare la rotta dell’agire e che siano indirizzate a rimettere al centro dell’organizzazione del lavoro il lavoratore, inteso come “soggetto” e non come “oggetto”.  La cultura della sicurezza è un prodotto di costruzione sociale, riflessa variamente negli atteggiamenti ricorrenti, che si consolidano e cristallizzano in schemi mentali ed in istituti di comportamento, guidati sia dal proprio bagaglio culturale ma anche influenzati dalla struttura organizzativa e dai modelli socio-culturali del sistema sociale dell’epoca e del luogo.  Per dirla con Weick, la cultura è la matrice che guida i processi organizzativi di attivazione degli ambienti e di creazione di senso. Per costruire una cultura della sicurezza, bisogna quindi, cominciare ad abituarsi a pensare sicuri in una logica di benessere globale che coinvolga l’uomo, il cittadino e infine il lavoratore. Se è vero, come sostiene Robert P. Abelson, che per affrontare correttamente le esperienze quotidiane l’individuo si avvale di copioni, o canovacci d’azione (scripts), che gli consentono di seguire in ogni situazione una sequenza appropriata di azioni e di comportamenti conformi alle aspettative sociali condivise, la società deve fare in modo che in quegli script ci sia la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. Sicurezza quindi non come una sovrastruttura, ma insita nella progettazione del lavoro da parte del management e dei lavoratori.

Produrre sicurezza significa ottenere risultati significativi, cambiamenti permanenti; significa incidere anche sulla mentalità e nelle pratiche dell’organizzazione e dei singoli che operano in quel sistema, elementi non misurabili e non standardizzabili. Sicurezza quindi come valore, processo organizzativo e pratica di comportamento delle norme scritte e delle convenzioni informali, dei linguaggi, dei modi di pensare, di percepire e di rappresentare il rischio nell’organizzazione. Il significato stesso della sicurezza è una questione di educazione, di partecipazione, un modo per fare incontrare chi la progetta e chi la usa.

L’approccio culturale alla sicurezza rimane invece troppo spesso recepito come indirizzo semplicistico dalle generazioni cresciute nel mito della scienza, nella fiducia nel pensiero razionale che sconfigge l’oscurantismo delle fedi, e nella confidenza nelle capacità della tecnologia di risolvere i problemi, che esprimono delle resistenze a considerare la cultura organizzativa come una fonte legittima di intervento. Ma ormai è chiaro che l’introduzione di norme di tutela e l’evoluzione tecnica e tecnologica hanno avuto ed hanno un ruolo fondamentale nella riduzione degli infortuni sul lavoro ma non sono sufficienti, da soli, ad assolvere al complicato compito di creare ambienti sicuri.  Resta inteso che nessuno vuole delineare una panacea prevenzionistica, un Verbo a cui protendere devotamente, ma l’attenzione sul fattore umano potrebbe essere considerata come una via nuova da percorrere, ancora poco esplorata, un altro tassello fondamentale dell’impianto prevenzionistico che potrebbe consentire di intercettare e prevenire una serie di eventi infortunistici comportamentali e decisionali, oggi sempre più causali, che non sono più eticamente tollerabili. Oggi sappiamo quanto siano importanti le situazioni in cui nell’organizzazione vengono prese decisioni che la allontanano dalla linea ideale rappresentata dalle operazioni sicure, dando spazio a scenari caratterizzati da poche ridondanze, da margini inesistenti, dove l’eventuale errore dell’operatore finale porta a conseguenze irreparabili. La vulnerabilità ai rischi di una organizzazione dipende da un complesso di fattori tecnici, istituzionali e umani, ciascuno di essi ha una funzione attiva che interagisce con gli altri in complessi processi di coevoluzione che vanno analizzati singolarmente così come in mutua relazione tra loro. Una complessità che è la “dissonanza” della contemporaneità.

La risposta dunque per arginare il fenomeno infortunistico non può e non deve essere solo operativa ma anche culturale. Intorno alla Tavola Rotonda, il mago Merlino disse ai Cavalieri: “La ricerca del Graal sarà anche una ricerca dentro di voi. Avrete una spada per difendervi, ma soprattutto un cuore per vedere, e osare”. È arrivato forse il momento di avventurarci come Parsifal, il cavaliere che riesce a vedere il mito del Sacro Graal, l’unico cavaliere ammesso alla vista perché il suo cuore è puro.  La strada percorsa da Parsifal è semplice, contraddistinta da segni lasciati dalle persone che lo hanno preceduto nel percorso, ad indicare che la direzione è lì, davanti ai nostri occhi, pronta ad essere imbroccata. Delineare nuovi percorsi infatti non vuol dire distruggere ciò che di buono c’era prima, ma significa cercare di migliorare ed adeguare ai tempi più attuali.

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1 commento

Stefano P. 28 Ottobre 2021 - 14:09

Sempre precisa e puntuale con tanti spunti di azione. Si, non di riflessione ma di azione.
Io rispondo con un riferimento musicale dei Maniac Strett Preachers “If you tolerate this then your children will be next”; certo l’argomento, il cuore del brano tocca ambiti ben più terribili ma il concetto è questo. Se teniamo la testa bassa per paura, per vergogna, per abitudine, mai avremo un futuro migliore di quello che stiamo vivendo. Perché si parlava di “2001 odissea nello spazio”, ma siamo ancora qui a contare le morti sul lavoro…Ed è proprio la sicurezza che, parafrasando Aristotele, “non deve essere un atto ma un’abitudine”. Il concetto stesso di fare qualcosa automaticamente come girare la chiave per avviare l’auto o digitare la propria password al PC la mattina.
Un’abitudine che deve essere quotidiana, dentro e fuori, alla guida di un muletto o della bicicletta, ai fornelli la sera o ad un telaio, in casa, fuori e dentro; soprattutto sotto la nostra pelle, per averla più splendida (cit. Afterhours) e per avere la coscienza di star facendo qualcosa non solo per noi stessi ma anche per chi ci sta vicino.
Ho sempre sostenuto che i cambiamenti avvengano dal basso (bottom-up), con gli strumenti che ci vengono dati dall’alto. E allora mettiamo in pratica davvero quello che abbiamo, progettiamo idee per avere nuove funzioni con gli strumenti a nostra disposizione. Dobbiamo creare non solo la cultura, ma l’evoluzione della sicurezza.

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