Come i bambini a scuola

di Giuseppe Laregina
Come i bambini a scuola

É arrivato il momento.

É da una settimana che sai bene che ti toccherà farlo.

Cerchi di non pensarci.

Speri in qualche salvifica linea di febbre.

Presente la scena di Fantozzi “Faccio l’accento svedese?”.

Quando lui e il Ragionier Filini cercano di darsi malati telefonando in Azienda e finisce malissimo, come capita sempre al mitico ragioniere.

Alla fine, come parte di un plotone di condannati ai lavori forzati, ti incammini verso quello stanzone sopra la sala mensa.

Entri.

Facce che non danno alcun segno di vita.

Sarà questo il Metaverso di cui parlano i giovani e che non ho ancora ben compreso?

No.

É arrivato il fatidico giorno del Corso sulla Sicurezza.

É dal 1988 che mi pongo costantemente due quesiti amletici:

  1. Perché i manuali d’uso degli oggetti elettronici che abbiamo in casa sono scritti in una sorta di aramaico antico compreso solo da chi quel manuale lo ha scritto e da pochi altri eletti iscritti a una sorta di setta?
  2. Perché chi organizza i corsi sulla Sicurezza ha questo cinico obiettivo di sottoporre i partecipanti ad un estenuante pomeriggio di sofferenza?

Il punto 1 direi di lasciarlo ad un prossimo articolo, concentriamoci sul punto 2 e cerchiamo di capirci.

La sicurezza sui luoghi di lavoro è una questione seria, importante e imprescindibile.

Ma perché se ne deve parlare in maniera criptica e terribilmente noiosa?

Vado a memoria e ripercorro come in una sorta di catarsi una delle mie tante sessioni.

Il luogo: uno stanzone spoglio e asettico sopra la sala mensa.

La modalità: monodirezionale. Uno parla, il popolo ascolta. O finge di farlo.

Stesso sistema di quando andavo alle medie.

Il professore spiegava, più stavo zitto e buono, più ero bravo. Nel caso della formazione sulla sicurezza non devi neppure sottoporti all’interrogazione del giorno dopo. Conta solo la presenza.

Il linguaggio: monocorde e pieno zeppo di acronimi.

Il responsabile della sessione di formazione sulla sicurezza usa un tono da orazione funebre. Snocciola come un lunghissimo e interminabile rosario una serie di acronimi e riferimenti a leggi, decreti, regolamenti e date di emanazione degli stessi.

Gli strumenti: un pc e uno schermo.

Siamo al modello base di quello che oggi mette a disposizione la tecnologia. Come acquistare un’auto senza servosterzo e aria condizionata, belli gli anni ’80, ma fare qualche tuffo nella modernità potrebbe aiutare.

Il clima nell’aula: febbrile attesa. Per il suono della campanella.

In fondo alla stanza si colloca il guardiano aziendale. L’addetto della funzione HR chiamato a certificare con la sua presenza che il rito della formazione sulla sicurezza venga celebrato.

Passa tutto il tempo a giocare con lo smartphone aziendale seduto in un angolo. Ha un solo obiettivo, la fine della sessione e la raccolta delle firme.

Modalità, linguaggio, strumenti e clima sono da film in bianco e nero della sezione “Mattoni Indigesti” del Festival del Cinema d’Avanguardia.

Presente la proiezione di un film in lingua originale, ultima opera del famoso regista indipendente della Corea del Nord, con dialoghi rarefatti, una parola ogni dieci minuti, assenza di trama e di sottotitoli? Bene siamo messi ancora peggio.

Perché accade tutto questo mi sono sempre domandato?

Perché ci concentriamo tanto sul COSA fare, e pochissimo sul COME lo facciamo un corso sulla Sicurezza in ambito lavorativo?

Perché non c’è interazione?

Perché CEO, Direttore delle Operation e Direttore HR non si fanno mai vedere per spiegare, magari a turno, quanto sia importante la sicurezza delle persone che lavorano nella loro Azienda?

I loro uffici sono a poche decine di metri, un po’ di movimento farebbe anche bene.

Perché non ci sono delle attivazioni, delle simulazioni, delle discussioni e una serie di chiarimenti tra le persone?

Tutti si sentono costretti a spendere del tempo in un luogo fisico privo della cosa più importante quando vuoi coinvolgere degli esseri umani: la comunicazione basata su partecipazione e ascolto attivo.

Per un semplice motivo: perché viviamo la sicurezza come un adempimento di un obbligo di legge.

Come un registro da compilare e su cui apporre una firma per poter poi mettere un bel timbro.

Corso sulla sicurezza? Fatto. Male, ma fatto…

 

Passami il mantello nero

Il costume da torero

Oggi salvo il mondo intero

Con un pugno di poesie

Non sarò mai abbastanza cinico

Da smettere di credere

Che il mondo possa essere

Migliore di com’è

Ma non sarò neanche tanto stupido

Da credere che il mondo

Possa crescere se non parto da me

Canta Brunori SAS “Il costume da torero”. 

 

Una cosa possiamo farla quindi, partendo da noi stessi, cambiare il modo con cui viene fatta formazione sulla sicurezza in Azienda.

Chiediamo più coinvolgimento e interazione. La tecnologia, se correttamente utilizzata, può giocare un ruolo importantissimo.

Mettiamoci più voglia di essere protagonisti attivi di un momento che può aiutarci a stare meglio nei luoghi chiamati lavoro.

Altrimenti sarà sempre una sofferenza, un po’ come quando da piccolo si avvicinava l’ora del catechismo all’oratorio.

Venivano requisiti i palloni e cercavi di svignartela, sapendo benissimo che non avevi alternative, tutte le porte erano rigorosamente chiuse.

Questione di SICUREZZA…

 

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