Bravi ragazzi

di Marco Chelo
bravi ragazzi

Correva l’estate del 1982, quella di Pablito Rossi, della corsa di Marco Tardelli, dell’esultanza di Sandro Pertini, quando un giovane ragazzo italo spagnolo, figlio di un torero e di un’attrice, trionfava al mitico Festival Bar con una canzone sull’allora gioventù fatta di pensieri, sogni e paure.

Miguel Bosè si affacciava ai palchi con quel taglio di capelli da ragazzo per bene, cantando “Bravi ragazzi”, una hit sulla “classe del 1956” con una sound pop anni 80 ma con un testo quasi poetico che riletto oggi appare, nonostante siano passati quasi 40 anni, attuale… anzi attualissimo.

Sarà la ciclicità della vita o forse perché a tanti quesiti e dubbi oggi non abbiamo ancora  risposto dandoli scontati nella giovane età nonostante ci vengano mostrati quotidianamente, fatto sta che quella generazione di giovani degli anni ’80 cantata da Bosé, non può che assomigliare a quella attuale.

La fotografia che ci viene raccontata è la stessa, fatta di incertezze su un futuro che diventa presente, in una società che non sa accogliere i loro pensieri mentre affacciandosi alla vita adulta spesso li vede cadere giù nel vuoto, come i tristi fatti di cronaca poi ci narrano ancora.

Soli, dove il lavoro fagocita la loro inesperienza e dove spesso la morte li incontra.

Scuola e famiglia sono lì davanti spesso passive.

Perché é da lì che abbiano il dovere di partire.

Ancora prima che arrivino al mondo del lavoro.

È normale avere incertezze ma la domanda che mi pongo è sempre la stessa a cui penso da anni, ossia stiamo pensando che davanti abbiamo il futuro del lavoro da CEO, AD, Manager a lavoratrici o lavoratori?

Abbiamo vissuto cambiamenti nella metodologia scolastica, basti pensare alla sola DAD, una formazione che cambia spesso in edifici però ancora uguali a 40 anni fa come la cultura che ancora oggi respiriamo, come in “Bravi ragazzi”.

Soprattutto quella cultura nella sicurezza, gestita come una palla in un flipper di competenze e che neanche nelle ultime modifiche normative ha trovato spazio.

“Spetta all’azienda, è un obbligo normativo”.

Così spesso sentiamo ed è vero e giusto, ma, perché c’è un “ma”, tutto alla fine parte in un’età ancora scolastica e dobbiamo chiederci se ne vale la pena continuare a ragionare scaraventando tutto agli altri e senza mai pensare a quanto di buono possiamo fare noi.

Non mi riferisco ad insegnare a degli under 18 il diritto del lavoro minuziosamente, credendo di avere una platea di futuri giurislavoristi o ispettori del lavoro, ma iniziare a coinvolgere nel fargli comprendere cosa significa vivere in sicurezza, che sia mettersi un casco su un monopattino elettrico o come possa essere pericoloso andarci in 2.

E, perché no, magari prevedere già corsi di primo soccorso, BLSD, emergenze di evacuazione.

Scuola e famiglia sembrano spesso oggi in divisione. Bene, oggi abbiamo la possibilità di correre insieme per il futuro dei nostri figli.

Ma deve essere una volontà comune non lasciata a singole iniziative come qualcuna e qualcuno già fa.

In fondo siamo stati tutti “Bravi ragazzi” con le nostre fragilità da una parte mentre ci credevamo invincibili dall’altra.

Ed abbiamo iniziato a camminare in un mondo non sempre  facile, centimetro dopo centimetro e quelle strade ci hanno portato a qualcosa, perché allora mi domando non insegnare loro quanto oggi abbiamo iniziato a comprendere?

Una gioventù già con una cultura safety dentro sarà più facile da inserire nel mondo del lavoro e non lasciata “su di un filo a più di 100 metri dall’asfalto, su strade che non portano a niente“.

Dedico questo umile pensiero a Ricky, che ha trovato la morte in una estate di fine anni ’80 in una curva sulla sua moto a soli 16 anni.

Aveva una vita davanti, con i suoi capelli lunghi lasciati al vento mentre girava sulla sua TT 600 senza casco perché pensava che fosse “figo” farlo.

E nessuno gli ha mai detto che invece non lo era.

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