Vietato l’ingresso agli addetti ai lavori

di Marco Colombo

Da qualche parte devo aver letto qualcosa che suonava come “finché la sicurezza non verrà raccontata in maniera potabile per tutti, non riuscirà mai a calarsi davvero nella realtà”.

Vattelappesca dove e quando – è rimasto il concetto, ma non la sua collocazione spazio-temporale. Grande Giove! Avrò mica sbattuto la testa sul lavandino, come il famoso scienziato co-protagonista di un noto film… A sua volta protagonista in Ritorno… a un nuovo sound? Sarebbe piuttosto imbarazzante dichiararlo qui, soprattutto per un accanito sostenitore della spare time safety.

Non avendo un orologio in bagno, tendo a credere di aver semplicemente perso qualche colpo, ultimamente.

Ora, la domanda è: “Chi di noi indossa una tuta luccicante e non è utile”?

La mancanza di una virgola tra la parola “luccicante” e il resto della frase, piccolo baffetto che buona parte di noi avrebbe trovato giusto inserire, sembra apparentemente insignificante. In realtà, la sua assenza risulta fondamentale per sottolineare la concitazione di Toni – Stark, naturalmente – nonché a puntare l’occhio di bue sulla sua natura di uomo ironico, concreto, talvolta imperativo, sempre volto al miglioramento.

Miglioramento? Sento odore di norme ISO.

Insomma, le virgole sono nostre amiche, è inutile continuare a trattarle come delle piccole reiette della punteggiatura. Sembrano dettagli, ma sono i dettagli a fare la differenza. Sempre. Un po’ come la mancanza del “non” nel titolo di questa pagina: sì, perché qui, oggi, i soliti noti non sono stati invitati. Basta, basta con questa cosa degli addetti ai lavori – o meglio: svestiamoci dai ruoli. Leviamoci queste anacronistiche tutine luccicanti. Non c’è posto per discutibili definizioni come blue and white collars: siamo tutti persone, siamo tutti lavoratori, siamo tutti esseri umani, ognuno con la stessa dignità e il diritto di vivere in un mondo sicuro.

Beh, ultimamente dire che il mondo sia un luogo sicuro, significa distare anni luce dalla realtà dei fatti: su questo, penso che saremo tutti facilmente d’accordo, senza necessariamente stare a srotolare il drammatico, tragico papiro che elenca gli ovvi motivi per cui il mondo, sicuro, non lo è per niente.

La faccenda più preoccupante è che noi stessi, ogni giorno, in minima o gran parte, anche inconsapevolmente, contribuiamo a rendere le nostre vite sempre più traballanti. Ogni mancata azione positiva può concretizzarsi alla fine, indirettamente, in una reale azione negativa. Non deve essere una sgradita regola imposta dall’alto, a “obbligarci” a compiere certe azioni a favore del bene collettivo, a svegliarci dal torpore e dall’illusione di una sicurezza garantita solo perché esiste un decreto ottantuno. Dobbiamo essere noi stessi in prima battuta a scovare l’intuizione giusta, corroborare un animo proattivo, nutrire menti serene e mani operative. A perseguire la strada della safety senza rotelle. Indifferentemente da ruolo, età, sesso, religione, un po’ come suggerivano i Queen in quella birbantella di One Vision, datata 1986:

I had a dream when I was young
A dream of sweet illusion
A glimpse of hope and unity
And visions of one sweet union
But a cold wind blows and a dark rain falls
And in my heart, it shows
Look what they’ve done to my dream!

E ancora:

No wrong, no right
I’m gonna tell you there’s no black and no white
No blood, no stain
All we need is (one worldwide vision)

No black and no white, signore e signori. Non c’è chi fa le regole e chi le subisce: c’è solo una comunione d’intenti, verso un grande obiettivo: essere sereni, liberi, magari sani e salvi… Nei limiti del possibile. Ognuno di noi ha il dovere morale di dare una concretezza e una coerenza alle proprie azioni, di calarsi nella realtà e viverla ogni giorno, anche laddove, per assurdo, fosse necessario assumersi dei rischi per ottenere risultati superiori (se ne fossimo capaci, persino Pericle applaudirebbe, così come virtualmente fece nello storico discorso ai temerari ateniesi).

Credo che nella grande Enciclopedia Umana, si trovi scritto qualcosa come questo, alla voce miglioramento. Perché è questo miglioramento ciò di cui abbiamo bisogno: concretezza, consapevolezza, presa di responsabilità. Le regole ci sono, e sono anche troppe. Anzi, sono certo di non offendere nessuno se lo ribadisco: troppe regole. E non stiamo andando a sparare sulla proverbiale Croce Rossa guidata dal carrozzone burocratico-normativo che ci persegue, né tantomeno mettendo in dubbio il buon operato di quello che generalmente definiamo legislatore – semmai, quest’ultimo ingrato compito lo lasciamo a Tacito, serafico paroliere del “Corruptissima re publica plurimae leges”.

Qui si parla di prendere in mano, ognuno, il proprio fardello di responsabilità. Qui si parla di smetterla di appellarci alla “normativa dice che”… Perché la normativa vale perlopiù nel luogo di lavoro, e anche lì comunque ci sarebbe da discuterne. No, qui si parla di lavorare su sé stessi, e vivere questa maledetta sicurezza in ogni momento, sentirla nostra, e non solo “perché al corso ci hanno detto che…”.

Tanto per fare un esempio, banale se vogliamo. “Guidava una Ford Consul davvero splendida, che ovviamente teneva benissimo, con cui mi portò al mio primo evento aeronautico, all’inizio degli anni Sessanta, quando salute e sicurezza erano roba da femminucce e il termine ‘abbattimento acustico’ non era ancora entrato nel vocabolario”.

(dall’autobiografia di Bruce Dickinson, “A cosa serve questo pulsante?”).

Da bravo pilota aereo, chissà quanti corsi sulla sicurezza avrà frequentato, il nostro caro Bruce. Ma il suo obiettivo era (è) pilotare un aereo, giusto? Non (solo) imparare a menadito le regole della scuola di health and safety, sebbene declinata nella sua eccellente, avanguardista versione anglosassone. Non era quindi un addetto ai lavori (ecco perché lo abbiamo invitato). Ma, nel suo inarrestabile desiderio di apprendere e migliorarsi, ha infine inglobato nel proprio io anche questi concetti, tanto da citarli nel frangente in cui parla di tutt’altro.

“Perché è questo che fanno gli eroi”!

Smettiamola di “subire le regole”. Dobbiamo essere noi a crearle, modellarle, contribuire alla loro efficacia, con i nostri pensieri e col nostro quotidiano operato.

Feel as though nobody cares if I live or die – so I might as well begin to put some action in my life”: cantagliele, Rob!

(Breaking the law, Judas Priest, 1980)

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