Play the angel

di Marco Chelo

Credo che avessi circa 16 anni all’epoca.

Era l’epoca dei videoclip e di videomusic, credo che chiunque appartenga alla mia generazione si ricorderà benissimo quel periodo e cosa ha significato. La musica non solo si ascoltava con i vinili mentre uscivano sul mercato i primi CD, ma per la prima volta si poteva anche guardare.

Ed è in quei momenti davanti alla televisione che conosco i Depeche Mode con “Personal Jesus”  ed “Enjoy the silence”, quella giovane band inglese costituita solo pochi anni prima, nel 1980, da quattro ragazzi dell’Essex.

Esattamente 40 anni fa.

Tanto si potrebbe leggere e dire su di loro da un punto di vista musicale, essendo considerati ancora oggi precursori di un genere quale il synthpop contaminato dalla new wave e dal punk dei Clash, ricercando nell’elettronica quelle sonorità inconfondibili che li rendono ancora adesso attuali ed è questo che li consegna alla storia delle leggende della musica. In tutti questi anni si può apprezzare la loro evoluzione musicale attraverso sonorità che diventano anche cupe e malinconiche soprattutto agli inizi anni ’90.

Ed è in questo periodo che succede la storia che voglio raccontare.

Siamo nel 1993 sono all’apice della carriera grazie a “Violator” uscito tre anni prima, e a “Songs of faith and devotion” ma in piena distruzione umana.  Martin Gore, il genio musicale, distrutto dall’alcool, Andrew  Flechter è in depressione e Dave Gahan è talmente innamorato delle droghe da avere un infarto prima di un concerto, tanto da dover sospendere la tournée “Devotional tour”. Le cronache ci raccontano che tra lo staff numeroso erano presenti uno psichiatra ed un pusher. Così ad inizio 1995 Alan Wilder, subentrato nel 1982 a Vince Clarke che aveva creato con Alison Moyet gli “Yazoo”, abbandona il gruppo.

I restanti membri del gruppo abitano ognuno in una parte del mondo: Martin in Inghilterra, Flacht in Australia, mentre Dave, il front man della band, a Los Angeles caduto ormai negli inferi dell’autodistruzione che lo porta a tentare il suicidio una prima volta nell’agosto del 1995 tagliandosi le vene, e in quel 28 maggio del 1996 quando a seguito di un’overdose di speedball  il suo cuore smette di pulsare tanto da dichiarare la morte clinica per circa due minuti prima di essere rianimato.

“Do you mean this horny creep”.

La leggenda vuole che queste siano le prime parole che Gahan pronuncia la suo risveglio in ospedale.

Mi piacerebbe credere che sia questo il motivo per cui questa frase diventi l’incipit di “Burrel of gun”, ma la verità è che Gore cuce addosso alla sua voce, parole e sonorità della rinascita dei Depeche Mode nella prima traccia del nuovo disco “Ultra”, un inno al cambiamento, alla resurrezione di tutti i componenti che hanno visto il degrado scendendo nelle bolge degli inferi e sono risaliti dal “dirty world”.

Perché è in questo preciso momento che avviene la rinascita del gruppo che corrisponde alla nuova vita dello stesso Dave Gahan. In una delle interviste più belle fatte nel 2005 per “Rolling Stones”, lo stesso front man ripercorre con grande consapevolezza il periodo più buio della sua vita. Leggendo e potendo osservare da esterni oggi quanto ci racconta, chiunque vedrebbe analizzando i fatti che la sua storia coincide perfettamente ad una check list sul burn out. Siamo di fronte al profilo perfetto per sua stessa ammissione, dall’uso di sostanze stupefacenti, un tentato suicidio che vuole essere un grido di aiuto, l’odio per se stesso, il disinteresse nel confronto del mondo e della musica che lo porta anche a lasciare la moglie e i figli, un senso di solitudine.

Ma non è questo che mi interessa, sono più affascinato dalla rinascita che porta i Depeche Mode a scrivere e incidere altri album negli anni a seguire e a riempire gli stadi nei loro tour, innovando la loro musica ma restando fedeli a quell’elettronica che li ha sempre contraddistinti. L’amore narrato è meno “dark”, spesso i suoni sono più duri ma in fondo parliamo di qualcosa che resta pur sempre “rock”.

“Barrel of gun” rappresenta  quella linea immaginaria che divide la vita dei Depeche Mode, il loro cambiamento umano che corrisponde a quello artistico inevitabilmente perché il mondo ha nuovi colori ai loro occhi e viene apprezzato  ripercorrendo ciò che è successo prima.

Questo ritengo sia il dono che ci viene consegnato oggi.

Ricordo di aver visto un loro concerto 7 anni fa a Roma chiuso con “Never let me down again”.

Un solo animale da palco, Dave Gahan, capace di far muovere per non so quanti minuti le braccia di 70.000 persone.

Ed ecco perché oggi mi piace paragonare Dave Gahan ad un safety leader che dona il suo cuore a chi lo ascolta creando un’empatia unica, raccontandoti la consapevolezza, il cambiamento e coinvolgendoti nel suo nuovo mondo fatto di colori differenti. Non è più il fascino della rockstar dannata e dark, ma di un uomo che risorge e che oggi mostra la felicità analizzando gli errori commessi.

Quanto potere hanno le storie di rockstar e possono influenzare la vita di ognuno di noi?

Tantissimo.

È la mattina di natale di 12 anni fa. Mi sveglio presto, devo andare al lavoro, poche ore. Tutto programmato, al mio rientro tutti a casa dei genitori di Claudia, mia moglie. Esco di casa cercando di non svegliarla. Mi ricordo una bella mattinata, cielo limpido, l’aria frizzantina invernale. Vado al lavoro, finisco quello che devo fare e mi rimetto in macchina per andare dai miei suoceri. Devo cercare di arrivare per pranzo.  Sono un po’ stanco, l’ansia di arrivare presto.

Faccio la statale. Pigio sull’acceleratore. Curva a destra lunga, manca poco, un’altra curva a sinistra.

Sento la macchina andare via da dietro, lascio l’acceleratore, ma ormai è tardi.

La macchina inizia a girare, due volte in senso antiorario. Fino a quando non si ferma.

Illeso, il cuore mi esce dal petto.

Motore fermo.

Macchina nella corsia opposta frontale.

Metto in moto e riparto, mi rimetto in careggiata.

Giusto in tempo, un altro che evidentemente aveva la mia stessa ansia da prestazione passa a tutta velocità.

Mi accosto allora, scendo e fumo credo due sigarette.

Lo so, non fanno bene ma ho appena visto la morte in faccia, mi risiedo in macchina e si riaccende anche la radio.

Indovinate quale canzone era….

Sono arrivato a casa per Natale, credo toccando addirittura la fantasmagorica velocità di  30 km/h.

Quel giorno ho imparato a farmi tante domande tipo “Ne vale la pena correre in macchina?” oppure “Non sarebbe successo se…”.

Un mese fa è stato di nuovo Natale, lo abbiamo passato insieme Claudia, Giacomo, Filippo ed io, certo non è stato il solito Natale con i miei suoceri, cognati e nipoti, ma è stato lo stesso Natale con la mia famiglia.

Mi piace pensare che “Barrel of gun” sia stata anche la canzone della mia rinascita.

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1 commento

Stefano Pancari 23 Gennaio 2021 - 06:08

Che splendida testimonianza!

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