La falena e la candela

di Vito Schiavone
La falena e la candela

Ti veste soltanto la luce
Mi dici parole d’amore
Conosciute mai
Lontano da qui
Ricordo dell’unica falena
Che non tornerà.

Inizia così La Falena e la Candela, brano tratto da IN SEARCH OF SIMURGH, album onirico prodotto dai Radiodervish nel 2004.

La falena e la candela

I brani sono ispirati dall’opera letteraria Il verbo degli uccelli (Mantiq at-Tayr) dell’autore persiano Farid ad-din Attar (XII secolo): La Falena e la Candela in particolare tratta della necessità di immergersi totalmente in un’esperienza al fine di acquisirne il significato più recondito, ma anche per conoscere meglio noi stessi.

Un’immersione che comporta una fusione tanto profonda tra soggetto ed evento, tale da generare un tutto che modifica definitivamente la situazione di partenza.

La falena è attratta dalla luce della candela: tante di loro tentano di avvicinarsi il più possibile ad essa, ma non riescono ad andare oltre una certa distanza, raggiungendo così soltanto una conoscenza “esteriore”.

L’unica falena che riesce ad immergersi nella fiamma della candela, acquisendone appieno il significato, per forza di cose si brucerà e non potrà più tornare indietro a raccontare la sua esperienza alle compagne in trepida attesa.

Un racconto intenso e denso di significati, narrazione del XII secolo che rivive nelle note melodiche di questa che considero una tra le più belle canzoni che i Radiodervish abbiano mai scritto nella loro lunga carriera artistica, tutt’ora in corso.

Canzone che mi è tornata in mente recentemente durante una delle mie “corsette” estive, che generalmente faccio nei luoghi in cui vado in vacanza.

Ero fermo ad un passaggio a livello chiuso: di attraversare i binari superando le barriere non se ne parla nemmeno ed allora, con le braccia appoggiate sulle sbarre generosamente ombreggiate dagli alberi disposti lungo la linea ferroviaria, mi godevo qualche minuto di ristoro dopo la parte di corsa già effettuata.

Eppure il tempo delle attese trascorre sempre lentamente: proprio quando la pazienza iniziava a venir meno e la voglia di attraversare i binari si faceva più forte, ecco in lontananza un timido suono che col passare dei secondi cresceva sempre di più in intensità, assumendo l’aspetto di un fischio modulato dall’effetto doppler che ne modifica il tono.

Il treno, rombando sulle rotaie, stava per aggredire voracemente quel tratto di strada che le separava una dall’altra.

Io, a pochi metri di distanza, lo osservavo stupito e rapito sfrecciare, mentre divorava i binari con una violenza tale da generare un rumore assordante.

Sono rimasto lì immobile a guardarlo, come affascinato da quel mostro di ferro che in un attimo avrebbe potuto trascinarmi nella sua folle corsa, ponendo fine in un istante alla mia esistenza.

Seppur a distanza di sicurezza, poiché le sbarre evitano ovviamente alcun contatto col treno in transito, sono stato attraversato da una scossa di adrenalina, che potrebbe essere propria di quelli che, loro malgrado, sono coinvolti in un incidente.

Il timore di essere travolto che ho provato è stato comunque pari ad un forte senso di attrazione che quel “rischio” aveva esercitato su di me.

Quante volte ci troviamo in situazioni di evidente pericolo eppure non riusciamo ad allontanarcene. Chi non ha mai subito il fascino del fuoco mentre scoppiettando illumina un camino: anche in quel caso c’è una forte attrazione che inconsciamente sembra trascinarci dentro, in una zona dove il pericolo regna sovrano, come se fossimo ipnotizzati dal suo fascino fatale.

Molti incidenti accadono spesso per una forte propensione al rischio di talune persone, per una specie di richiamo di quelle situazioni pericolose che, se superate, ci restituiscono una forte scossa di adrenalina ma che, viceversa, possono avere per noi gravi conseguenze.

Non accade solo sul lavoro, non accade solo ai lavoratori: provate ad immaginare cosa può provare chi spinge a folle velocità un’auto, chi impenna su una moto velocissima lungo una strada ad alta densità di circolazione, chi si arrampica su per un pendio senza le dovute precauzioni e protezioni, chi si allontana nuotando in mare aperto, incurante della forza delle onde rigorosamente segnalate dalla bandiera rossa che sventola sulla spiaggia.

Quanti motorini sfrecciano a pochi centimetri dalle auto, quante biciclette attraversano gli incroci senza rispettare segnali di stop o semafori, quanti monopattini…

Astratta fontana di luce
Sognata un lunghissimo istante
Forse porterai
Lontano da qui
Ricordo dell’unica falena
Che m’amava già.

La falena che si immerse nella fiamma raggiunse il suo scopo, quello di conoscere la vera essenza di quella luce che tanto amava.

Quando l’anziana dell’assemblea ne ebbe notizia, quella falena aveva già assunto il colore del fuoco. << Costei >>, commentò, << ha veramente agito! Ma chi potrà mai conoscere ciò che ha veduto? Solo essa può saperlo, non altri! >>

Noi, diversamente dalla falena, narrata da Farid ad-din Attar e cantata dai Radiodervish, non abbiamo bisogno di immergerci nell’essenza del pericolo per poterlo riconoscere: possiamo fidarci di quanto ci viene indicato, di quanto ci viene prescritto, di quanto ci detta il nostro buon senso, il nostro spirito di sopravvivenza per poter vivere in maniera sana e sicura.

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