Cos’è il rischio

di Daniele Russo
cos'è il rischio

Partiamo dalla definizione di Rischio riportata nell’enciclopedia Treccani: il Rischio è l’eventualità di subire un danno connessa a circostanze più o meno prevedibili.

La definizione comprende due parole chiave: “danno” e “circostanze”. Quindi, si ha un rischio se è possibile individuare delle circostanze che possono arrecare un danno.

Quali sono queste circostanze?

Le circostanze possono essere molteplici e sono legate all’ambiente circostante, alle macchine ed attrezzature utilizzate, alle attività presenti, ed al comportamento delle persone che le stanno svolgendo. Gli elementi che caratterizzano queste circostanze è la potenziale presenza di condizioni non sicure e/o di azioni non sicure.

La definizione parla anche di “eventualità” e di “prevedibilità” e queste due parole collocano il Rischio nel campo prettamente possibilistico ed indeterministico, ovvero probabilistico.

Si può affermare, quindi, che il Rischio dipende dalla probabilità che siano presenti condizioni non sicure e/o che vengano effettuate azioni non sicure.

Poiché i comportamenti delle persone non sono mai totalmente prevedibili e poiché anche le condizioni dell’ambiente circostante non sono mai totalmente controllabili é possibile affermare, inoltre, che non esistono attività o situazioni prive di rischi.

Il Rischio zero non esiste. Nel linguaggio della sicurezza si parla, infatti, di Rischio Residuo Accettabile: rischio che è stato ridotto al minimo possibile mediante l’adozione di misure di prevenzione e di protezione adeguati tali che questo sia sotto controllo permettendo di svolgere le attività ordinarie o le lavorazioni correnti con un adeguato livello di sicurezza.

Il primo termine sul quale mi soffermo è: “sotto controllo”.

Tenere sotto controllo vuol dire essere in grado di mantenere invariato il valore del Rischio Residuo, ovvero essere in grado di mantenere immutate le circostanze che potrebbero cagionare il danno.

Ma con quale certezza riusciamo a mantenere il Rischio Residuo invariato? E per quanto tempo?

Abbiamo visto che il Rischio esprime una probabilità e questa è legata alle circostanze. Le circostanze possono variare: possono variare i luoghi, le macchine, le attrezzature, i modi, le persone ed anche le conoscenze e le competenze.

Poiché le circostanze possono variare nel tempo, il Rischio è da considerarsi dinamico.

Ho già espresso altre volte il concetto che la sicurezza si insegue con un continuo processo di affinamento poiché le circostanze cambiano e di conseguenza cambia anche il Rischio.

Il secondo termine sul quale mi soffermo è “adeguato”.

Cosa vuol dire “adeguato livello di sicurezza”? Adeguato a cosa? Alla realtà dove si sta operando? Ai costi sostenibili?

Sicuramente non è accettabile la morte come evento possibile, ma è accettabile un livello di sicurezza che non protegge da un’ustione grave, dallo schiacciamento di una gamba o di una mano, dall’amputazione di un dito, dalla lacerazione di un arto o da ferite profonde? No di certo. E da lievi ferite?

Il concetto di adeguato è dunque opinabile.

Ritengo sia necessario attuare attività di prevenzione e protezione che permettano di ottenere sempre un basso Rischio Residuo.

In ambito di sicurezza sul lavoro si parla anche di Pericoli: di pericoli intrinseci dell’ambiente che ci circonda e di pericoli conseguenti o introdotti dalle attività e dalle lavorazioni in essere. In tal caso, il Rischio è da considerarsi come la conseguenza della presenza di Pericoli.

Sappiamo che il compito del Datore di Lavoro è quello di valutare il Rischio (tutti i rischi), come stabilito dal D.Lgs. 81/08. Quindi, come fare?

Il Rischio è possibile esprimerlo anche mediante la formula R=PxD dove P rappresenta la Probabilità di accadimento dell’evento e D rappresenta il Danno massimo potenzialmente cagionabile dall’evento stesso.

Per calcolare il Rischio si è soliti assegnare alla Probabilità e al Danno dei valori discreti crescenti che permettono in definitiva di costruire una matrice Probabilità, Danno, Rischio.

Non mi soffermo su questo esercizio pratico poiché è certamente noto a chi si occupa di sicurezza del lavoro e reputo che possa essere di scarso interesse per gli altri lettori. Per completezza vi informo che esistono delle norme di riferimento, tra le quali la UNI ISO 31010, che stabiliscono i metodi ed i criteri da adottare per effettuare la valutazione dei rischi.

Nella valutazione del Rischio sono molti i fattori che influenzano la probabilità di accadimento di un evento tra i quali quelli citati prima: l’ambiente circostante, lo stato delle attrezzature e delle macchine, il livello di manutenzione, il grado di competenza del personale, l’esperienza, la formazione e l’addestramento, il comportamento e quindi anche  il grado di rispetto delle prescrizioni di sicurezza.

Un fattore aggiuntivo da considerare è la “situazione del momento” poiché questa caratterizza sia le condizioni dell’ambiente circostante sia il comportamento adottato dalle persone. Per tale ragione il Rischio viene spesso calcolato in situazioni diverse: in situazione ordinaria, in situazione straordinaria e in situazione di emergenza.

Si è chiamati, quindi, a determinare quali possano essere le situazioni straordinarie e di emergenza nella propria realtà e quali potranno essere le condizioni dell’ambiente ed i comportamenti adottati dalle persone in quelle situazioni.

Poiché la lettera P rappresenta la Probabilità di accadimento dell’evento, ne consegue che la valutazione del rischio non è un calcolo esatto e non esprime valori assoluti.

Sul web ho trovato questa definizione: La probabilità è un modo intuitivo di descrivere l’alea che circonda quale fra i possibili esiti di un fenomeno si manifesterà.

Nella definizione mi colpiscono due parole “modo intuitivo” ed “alea”.

Senza volermi addentrare nella teoria della statistica della quale ricordo ormai poco, mi sembra intuitivo pensare che se sono note le variabili in gioco del fenomeno e se questo è descrivibile in modo semplice, allora sia possibile creare un modello matematico e calcolare la Probabilità di accadimento di un evento applicando le leggi statistiche. Se, invece, il fenomeno è complesso poiché sono presenti diversi fattori tra loro non correlati o non correlabili è chiaro che l’alea, ovvero l’incertezza o la casualità, resta elevata e la Probabilità non seguirà una legge matematica ma resterà una assegnazione puramente intuitiva. Il calcolo del Rischio mi sembra che rientri in quest’ultimo caso.

Riassumendo, possiamo affermare:

  • Che non esiste il rischio zero.
  • Che il Rischio è la probabilità di subire/cagionare un danno.
  • Che il Rischio è correlato con l’ambiente circostante,  con i fenomeni ambientali e con il comportamento delle persone.
  • Che il Rischio è determinato dalla potenziale presenza di condizioni non sicure e dalla potenziale possibilità che vengano effettuate azioni non sicure.
  • Che il Rischio varia nel tempo.
  • Che la valutazione del Rischio non porta alla determinazione di valori esatti ed assoluti.
  • Che la valutazione del rischio è un processo dinamico che permette di porre in atto le azioni preventive e protettive necessarie per mantenere il Rischio Residuo a livello basso.

 

 

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2 commenti

Michele 11 Dicembre 2022 - 19:26

Bella analisi concordo in molte sue parti.
Se posso vorrei aggiungere un concetto che mi piacque molto durante un corso con Saresella. Dobbiamo concentrarci sulle situazioni prevedibili più che su quelle possibili, sapendo che se una situazione fosse prevedibile vuol dire che potrà essere prevenibile. Con il “possibile” rischieremmo di inseguire misure non applicabili che rimarrebbero nell’alea della probabilità possibile. Forse più un esercizio statistico che non prevenzionistico.

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Daniele Russo 16 Dicembre 2022 - 15:54

Assolutamente è doveroso concentrarsi sulla gestione delle situazioni prevedibili non tralasciando, però, le situazioni possibili.
Non tutto è prevedibile e se qualcosa é possibile prima o poi accadrà.

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