Un infortunio mortale, una mossa antistrategica!

di Nicola Ciolli
un infortunio mortale

Purtroppo gli infortuni mortali restato un tema di grande attualità. Il lavoro nobilita l’uomo ma allo stesso tempo rischia di ammazzarlo, probabilmente molto più della mafia o di tante guerre presenti in giro per il mondo! Mi chiedo perché una persona debba andare a lavoro con il fine di portare la pagnotta a casa e rischiare di tornare mutilato?!

Mi occupo di sicurezza sul lavoro da 6 anni, subito dopo aver concluso gli studi, ma un messaggio di un mio vecchio prof di università rimbomba costantemente nella mia testa: “Attenzione ragazzi, che se un medico sbaglia ammazza una persona, ma se sbagliate voi potete ammazzarne molte di più!”. Ricordo quelle parole come se fossero state pronunciate ieri e ahimé trovano tristemente riscontro in fatti di vita quotidiani.

La sicurezza sul lavoro, è inutile negarlo, spesso viene vista come un costo vivo dalle imprese, senza che, apparentemente, generi un ritorno sugli investimenti. Ma mi chiedo, come si può essere così miopi? Come si può quantificare la garanzia di tutela di un proprio dipendente?? Davvero si crede che un ambiente sicuro non dia un ritorno degli investimenti effettuati?

Oggi il mondo corre a mille all’ora e, volendo restare in tema “business”, le aziende poco attente a questo tema non sono poi così tanto lungimiranti. Le aziende poco attente alle tematiche Health and Safety (e ci aggiungo anche Environmental) rischiano di essere sempre meno appealing. Pertanto lancio una provocazione: e se davvero tornare a casa sani e salvi diventasse la priorità assoluta di tanti lavoratori? E se di colpo questo parametro indirizzasse il mercato del lavoro? Cosa accadrebbe se l’attenzione alla persona venisse così tanto meno da generare un “fuggi fuggi” generale? Siamo sicuri che perdere in massa un know how che in alcuni casi può essere decennale dei propri dipendenti non sia una mossa piuttosto stupida in termini di strategia di business? Mi auguro davvero che si arrivi a questa consapevolezza. Ho la sensazione che questo decennio, iniziato con una forte presa di coscienza generata dalla guerra alla pandemia globale, abbia generato consapevolezza di quanto le misure di salute e sicurezza salvino la vita. Si è iniziato a parlare, nelle piazze, di “prevenzione”, di DPI (a volte purtroppo anche impropriamente). Credo che forse la rilevanza della tematica “salute e sicurezza” sia stato l’unico aspetto positivo di tutta questa tragedia.

D’altra parte però, se si guarda con occhio critico tutti i cambiamenti di mentalità che ci sono stati negli ultimi anni, in tutti gli ambiti, si nota immediatamente che le dinamiche sono sempre indirizzate e bilanciate da incentivi e penalizzazioni da parte del nostro Governo. Credo che ad oggi le penalizzazioni (che in materia di sicurezza possono tranquillamente tradursi in sanzioni), non abbiano giocato il ruolo atteso o perlomeno non abbastanza. È necessario un cambio di marcia, è necessario avere più controlli, molti più controlli. È necessario che la tutela della vita umana nei luoghi di lavoro sia preservata dal nostro Stato e che nessuno si trovi nella condizione di dover scegliere tra la pagnotta e la vita!

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