Prima guardia

di Vito Schiavone
prima guardia

È strano rendersi conto di quante coincidenze sia costellata la nostra vita.

Nel 1993 fui arruolato per il servizio di leva nell’Esercito Italiano: la leva era ancora un servizio obbligatorio – pena la denuncia per “renitenza” – e proprio quell’anno i Litfiba, uno dei gruppi musicali che più seguivo, pubblicarono il loro singolo Prima guardia, un brano molto intenso dedicato proprio ai soldati in servizio di leva.

Dopo un mese di addestramento nel 92° Reggimento “Basilicata” presso la Caserma “Generale Ferrante Gonzaga del Vodice” di Foligno – graziosa e storica cittadina umbra – ho svolto la restante parte del servizio di leva presso un Centro tecnico militare dell’esercito dove, tra le altre cose, si collaudavano i mezzi militari.

L’attività era molto interessante e sulle diverse piste presenti all’interno del Centro si potevano osservare questi automezzi arrampicarsi su impervie salite o procedere lungo percorsi sempre più accidentati.

La pista più ambita era la “pista 8”, soprannominata così perché aveva la forma di un otto come le piste delle automobiline giocattolo, sulla quale si testavano i mezzi d’assalto e dove quell’anno era in corso il collaudo di un autoblindo veloce, adatto a svolgere operazioni di incursione militare all’interno di territori nemici.

Tra le tante attività assegnate a noi militari, le più odiate erano le guardie.

Uomo col fucile

il nemico è la tua noia

sei prigioniero e resti solo

a difenderti dal freddo

L’unica salvezza era montare di guardia sulle piste, dove perlomeno si aveva la possibilità di assistere a manovre mozzafiato, senza annoiarsi come generalmente accade in qualsiasi altro tipo di guardia.

Quella mattina fui destinato a fare la guardia proprio presso la “pista 8” ma poi un commilitone si propose di sostituirmi per permettermi di fare una licenza breve a casa.

Il tempo di ringraziare il collega e già ero sulla via di casa, con la promessa di ricambiare al più presto il favore ricevuto: quella fu per me una gran bella giornata, peraltro del tutto inattesa, ma non fu così per chi restò al Centro e soprattutto per chi operò su quella pista.

Durante le operazioni di collaudo, l’autoblindo si ribaltò ed il povero pilota collaudatore – che aveva la possibilità di guidare il mezzo con il busto fuori dall’abitacolo – morì per le gravi conseguenze riportate a seguito dell’incidente.

Al mio rientro al Centro la notizia non era ancora stata diffusa ufficialmente e solo dopo qualche ora cominciò a girare tra i soldati. Noi tutti restammo attoniti nell’apprendere l’accaduto, senza però essere coinvolti in una vera e propria emozione collettiva: almeno così mi sembra di ricordare.

Serpeggiava in tutti noi la consapevolezza della relativa ineluttabilità di un incidente del genere: i mezzi militari sono particolari, devono essere spinti al massimo delle loro possibilità soprattutto durante i collaudi, se non oltre, e quindi la rassegnazione per quel tipo di disgrazia attutiva in noi l’effetto emotivo.

Alla fine liquidammo quell’evento tragico con freddo e distaccato rammarico, allontanando da noi quel “fastidioso” pensiero e proseguendo le nostre abituali attività lavorative, del tutto privi della giusta consapevolezza del fatto che in quell’incidente una persona aveva perso la vita e che non sarebbe mai più tornata a casa.

Fatalità ha voluto che poi negli anni mi sia occupato di salute e sicurezza e che ultimamente mi sia interessato al problema di comunicare tali contenuti nella maniera più opportuna, affinché salute e sicurezza possano essere interiorizzati dalla società in quanto valori intrinseci e non meri adempimenti di legge.

Quando solo recentemente mi è tornato in mente questo triste episodio, mi sono reso conto di quanto anch’io in passato fossi completamente lontano da quella cultura che oggi cerco di narrare e spiegare agli altri.

Un anno è un secolo

365 giorni

e la tua privazione mi taglia la testa

Il servizio di leva, almeno negli anni ’90, non era più tale da far patire grandi privazioni alle reclute e allora la canzone Prima guardia mi porta a pensare con malinconia alla privazione che la famiglia di quel povero collaudatore ha subìto a partire da quella giornata. Una privazione che dura ancora oggi – e da ben più di 365 giorni – e che non potrà mai più concludersi.

L’alba è un miraggio

che m’esplode dentro

Tanto tempo è passato da quel periodo della mia vita, tante canzoni ho avuto modo di apprezzare ed ascoltare, ma Prima guardia continua a riportarmi alla mente quel povero collaudatore che, al pari del personaggio Melquìades in Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, continua a sopravvivere nel ricordo di chi lo ha conosciuto.

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