New tears eve

di Marco Colombo
New tears eve

L’ineffabile fascino della decadenza ci avvolge da tempo immemore, la teatralità della tragedia da sempre ci attrae.

Del resto, il cerchio della vita, del peccato e della morte si riduce nientemeno che ad un’inarrestabile ruota, un orrorifico caleidoscopio in scala di grigi, un buco nero in cui tutto si deforma e viene inghiottito nell’eterno oblio. Parafrasando un famoso personaggio letteralmente appartenente ad altri mondi, siamo soltanto minuscole particelle momentanee in un universo indifferente. Certamente ben lontano dai lidi del romanticismo ottocentesco tanto caro ad alcuni rockers, l’insuperabile Signore delle Arti Mistiche, Stephen Strange, ci regala la sua definizione di caducità in una sola frase.

Non una sola frase invece, ma intere biblioteche e media superstore, è quanto al riguardo ci offrono la letteratura, il cinema, la musica. E soprattutto a quest’ultima, come sempre, facciamo affidamento: dacché il suono è la voce dell’anima, difficilmente potremo fare a meno del gothic rock, quindi delle ammalianti voci sia maschili, che femminili, dei primigeni Sisters of Mercy (“in the temple of love you hide together, […] and the temple of love is falling down” – Temple of love, 1983), o della ridondante, misantropica psichedelia dei maestri Bauhaus (“all we ever wanted was everything, all we ever got was cold” – All We Ever Wanted Was Everything, 1982), guidati dal vampiresco Godfther of goth, Peter Murphy.

Generata, non dimentichiamolo, dal seminale ma immarcescibile post-punk di bands quali i Joy Division del compianto Ian Curtis, i primissimi The Cure e i Siouxsie and the Banshees di Siouxsie Sioux e Steven Severin, l’ondata gothic sembra non avere termine: se è vero che nel tempo sono cambiati modi ed interpreti, vero è anche che il nucleo interno di questo genere non cede il passo al freddo, sebbene questo sia alla lunga anche il suo destino, come quello di ogni forma vivente.

Da questi presupposti scaturisce tutto ciò che di nuovo, rinnovato, moderno abbiamo visto evolversi nei decenni: dai “tre tenori” del gothic metal inglese (My Dying Bride – Paradise Lost – Anathema), al Love and Suicide rock/metal finnico (Sentenced, HIM), alle varie evoluzioni a spasso per il mondo: Tiamat e Katatonia in Svezia, Theatre of Tragedy in Norvegia, Type O Negative negli USA, Rotting Christ in Grecia, Moonspell in Portogallo, solo per citarne alcuni; anche in Italia abbiamo una folta schiera di rappresentanti del genere, influenzati in maniera piuttosto variegata, tra cui Novembre, Cadaveria, Theatres des Vampires, Opera IX, e i pluriacclamati Lacuna Coil, universalmente conosciuti dopo il 2002, anno di Comalies.

Noi restiamo però in ambito portoghese, per andare a spulciare ancora una volta nella discografia di una delle bands che più ha ribaltato, rivisitato, goduto del concetto di goth, fino alla “celebrazione” nel bonus disc allegato all’album “Alpha Noir” del 2012, quell’“Omega White” che tanto sa di Tiamat, Anathema, Paradise Lost.

Our seals were so easily broken

Our hopes were so silently crushed

Still our hearts can’t be broken

Still our hearts will hold

 ‘Cause once we were kings

Made friends with the beast

And thus we shall fall

And thus we shall see

What the future brings

New tears eve

 

Anche qui, veniamo travolti da una sorta di silenti disperazione e rassegnazione, nonostante una forza d’animo ancora viva, la stessa che ci permetteva di essere ‘kings’ ed essere amici della bestia, quella stessa esistenziale bestia che ora ci divora, nell’attesa di vedere cosa il futuro ci riserva (il brano è dedicato a Peter Steele, cantante dei Type O Negative, scomparso nel 2010).

Siamo al 5 gennaio, 2023: facciamo in modo che sia l’alba di un anno migliore, non l’alba di una nuova lacrima.

 

 

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