Aspettando un eroe

di Rita Somma
Aspettando un eroe

Ancora oggi, troppo spesso, camminando per le vie delle nostre città si vedono lavoratori in quota intenti a emulare l’uomo ragno che, con un’attillatissima tuta rossa e blu, è in grado di balzare con voli acrobatici tra i grattacieli di New York, attaccato a resistentissime fibre filiformi adesive che lancia dai polsi e utilizza come liane.

I bonus e superbonus 110% si sono tradotti in una vera e propria corsa contro il tempo per realizzare le opere, che ha finito per prestare il fianco a ulteriori occasioni per la sottovalutazione dei rischi, seppur elevati. Impalcature ovunque che hanno moltiplicato attività indebitamente in deroga alle norme antinfortunistiche, soprattutto se rientranti in operazioni considerate marginali e di breve durata.

Nel mondo del lavoro l’eroismo dovrebbe essere sempre motivo di preoccupazione e di riflessione. Infatti, si sa, Spiderman è solo un personaggio immaginario ideato dallo scrittore Stan Lee e il rischio di caduta dall’alto resta uno dei primi infortuni mortali sul lavoro, il primo in edilizia.

“Holding out for a hero” (aspettando un eroe) cantava Bonnie Tyler, first lady del pop/rock degli anni ‘80. Un eroe che, come nella mitologia di vari popoli antichi, deve essere forte, veloce, sicuro per il combattimento.

Noi, nel 22° secolo, invece di eroi non ne possiamo più né aspettare né accettare, men che meno sul lavoro. Ogni morte bianca è una sconfitta per tutta la società.

Nessuno deve essere lasciato correre da solo la propria gara, inseguendo il mito del più forte: chi con le scarpette da corsa, chi con quelle raffazzonate e chi a piedi nudi, guidati dall’arte di arrangiarsi e dalla speranza nella buona sorte. E quando qualcosa va storto, ecco che parte la caccia alla mela marcia a cui addossare la colpa del disastro, di colui che ha sbagliato, che ha eluso le norme di sicurezza di un sistema altrimenti perfetto. E tutto ricomincia come prima.

Ma il problema qui non è l’occasione unica, irripetibile, sporadica, che non ricapiterà a nessuno. La questione infortunistica è sistemica, pertanto, senza attendere inermi il prossimo malcapitato, che già sappiamo potrà arrivare, è l’intero sistema prevenzionistico che deve interrogarsi e intervenire strategicamente, analizzando i segnali che provengono dall’attività in campo.

La sicurezza è un diritto primario e una componente fondamentale della qualità della vita delle persone, in rapporto allo sviluppo di una comunità e alla rete dei sentimenti e dei valori che formano e radicano l’identità stessa di cittadinanza.

Abbiamo il dovere di capire perché e come avvengono gli incidenti sui luoghi di lavoro, le dietrologie che ne stanno alla base, per prevenirne il ripetersi. Ed è proprio alla radice del modo di intendere le pratiche di sicurezza che sembra delinearsi un primo problema di base da risolvere: la sicurezza, come oggi viene concepita, non risponde più al complesso scenario di lavoro contemporaneo, risultando troppo spesso distante dalla realtà operativa, lontana dalle pratiche quotidiane di lavoro.

E così, troppo spesso, le organizzazioni hanno finito per vederla solo come un costo, che non risolve i problemi di produzione, pertanto può facilmente diventare accessoria rispetto alle necessità produttive; i lavoratori hanno finito per vederla come una zavorra da subire, che non corrisponde alle loro aspettative, pertanto agiscono aggiustando i dati a loro disposizione alle situazioni contingenti.

Ma la sicurezza non può essere considerata né un lusso né essere impenetrabile al suo pubblico che, sotto un’apparenza del tendere a includere, in realtà tende a cooptare, prendendo decisioni in nome dei lavoratori. E così la sicurezza finisce per essere condannata al posto subalterno che sta occupando, sedimentata in una logica di equilibri artificiali che la fa intendere spesso come un pezzo di carta da esibire.

In una prospettiva autenticamente riformista, le regole che tutelano il lavoro sono una risorsa importante per affermare finalmente la cultura del lavoro inteso come strumento di dignità della persona, di emancipazione sociale e di cittadinanza (Pascucci, 2010).

Le soluzioni, per essere aderenti alla natura del problema che si affronta, si estraggono solo da un confronto continuo con chi quelle misure di prevenzione e protezione dovrà utilizzarle e, pertanto, implica la presenza della voce dei lavoratori lungo tutta la progettazione.

Produrre sicurezza, significa ottenere risultati significativi, cambiamenti permanenti; significa incidere nella mentalità e nelle pratiche dell’organizzazione e dei singoli che operano in quel sistema. Se la sicurezza è recepita solo come norma da rispettare trasmessa unidirezionalmente o una pratica burocratica che si traduce in teorie astratte non riprodotte da chi le subisce passivamente, ha un impatto limitato sul comportamento degli individui che tendono così a deviare.

Va riaperto il confronto, la discussione, per trovare l’occhio nel ciclone. È necessario superare lo stallo della demagogia e retorica del rischio. La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro deve essere valore imprescindibile e reale, rispondendo alle esigenze di imprese e lavoratori.

E allora per scrivere una nuova storia della sicurezza bisogna aspettare dei contro-eroi. Coloro che in modo indipendente e, se si vuole, insubordinato, cerchino criticamente altre possibilità per intendere la sicurezza, che possano esplorare nuove strade per uscire da questo processo di appiattimento prodotto, troppo spesso, dall’attuale sistema di gestione prevenzionistico, per provare a incidere sulle decisioni di datori di lavoro e lavoratori e consentire di operare in modo responsabile in ogni situazione.

“Non si rivoluziona facendo rivoluzioni, si rivoluziona presentando soluzioni” (G. De Carlo, 2013).

E dunque ecco aprirsi la strada per un’ipotesi di sicurezza moderna, rispondente all’attuale modello di società orizzontale, complessa e flessibile, che vede necessariamente i lavoratori non come spettatori, ma partecipanti alla costruzione e alle decisioni, che confligge con l’attuale concezione basata sull’esistenza di un rapporto verticale tra decisori e lavoratori, in cui questi ultimi vengono considerati come incapaci di decidere da sé.

Si potrebbe ragionare puntando a una sorta di patto di cittadinanza della sicurezza che possa coltivare una cultura organizzativa sicura come valore condiviso, vicino alle esigenze operative del lavoro. Certo, la partecipazione è difficile, come è difficile mettere in discussione lo status quo.

Un primo passo potrebbe essere quello di uscire dalla retorica della partecipazione ampliando, all’interno di un più ampio processo progettuale, la funzione di chi già dovrebbe rappresentare i lavoratori: il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, che però, così come pensata oggi, difficilmente li rappresenta davvero, partendo spesso svantaggiato per competenze, mezzi e ruolo non interprete ma, quando va bene, consultativo.

Dire che la sicurezza deve essere partecipata da tutti i lavoratori non significa dunque scardinare la strada intrapresa, semmai rinnovarla.

Nel caso del RLS, questa più ampia funzione di sintesi delle esigenze di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, lo farebbe diventare davvero il raccordo tra l’operatività del lavoro e la progettazione della sicurezza del lavoro, mettendolo in condizione di poter contribuire attivamente, e non passivamente, alla risoluzione dei problemi. Un ruolo che non deve essere inteso e assunto come conflittuale, ma come un valore aggiunto che può avvicinare alla meta.

Certo questo vuol dire anche migliorarne competenze e operatività, in un percorso di ampliamento funzionale che deve avvenire in parallelo al processo per aumentare la consapevolezza dei lavoratori, che a lui devono poter riportare, con cognizione di causa, le questioni per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

La sfida è arrivare soprattutto a quel 95% di piccole e medie imprese che popolano il mondo del lavoro italiano, dove il RLS è addirittura figura quasi mitologica, di fatto troppo spesso individuato dall’organizzazione, visto sostanzialmente come inutile zavorra, con fastidio, o nella migliore delle ipotesi, con sufficienza e qualche sorriso di compatimento per chi deve obbligatoriamente assumere la funzione.

In queste realtà qualcosa va senz’altro ripensato, la finzione di rappresentazione banalizza l’intero impianto prevenzionistico.

In ogni modo, oggi, un sistema preventivo condiviso deve essere considerato imprescindibilmente come la base propedeutica su cui poter sviluppare l’intero impianto della sicurezza aziendale che coinvolga l’intera organizzazione e si adatti alle singole realtà.

Forse, se la sicurezza abbandonerà la posizione autoritaria che oggi tiene e passerà dalla parte dei lavoratori, i lavoratori la difenderanno. Una sicurezza, quindi, che dovrà essere sempre meno rappresentazione di chi la progetta e sempre più la rappresentazione di chi la usa, gettando un ponte dalla forma alla funzione.

Bisogna ripartire dalla base, rimettendo al centro il soggetto e le necessità quotidiane dei lavoratori, che devono trovare nelle pratiche di sicurezza delle risposte adeguate e non una progettazione dottrinale e specifica, formulata unidirezionalmente e subita passivamente da chi la deve applicare.

In tale prospettiva, la sicurezza nei luoghi di lavoro va progettata, organizzata e soprattutto condivisa.

Potrebbe questo spettro della partecipazione, di democratizzazione della sicurezza, costituire il volano del cambiamento nella crisi dell’attuale modello prevenzionistico? Noi crediamo di sì, ma di certo “Some wars are worth fighting”, quella del diritto alla sicurezza è una guerra che merita di essere combattuta e qualcosa bisogna provare a fare.

In attesa di qualcuno che possa guidare il cambiamento, che non vuole essere un semplice slogan a effetto, ma una priorità, un’urgenza ormai improrogabile, torniamo a canticchiare “Holding out for a hero” di Bonnie Tyler.

Scritto da Rita Somma in collaborazione con Andrea Farinazzo, Responsabile Ufficio Ambiente Salute e Sicurezza UILM (Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici) Nazionale.

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1 commento

Francesco 16 Aprile 2022 - 13:42

“Nel caso del RLS, questa più ampia funzione di sintesi delle esigenze di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, lo farebbe diventare davvero il raccordo tra l’operatività del lavoro e la progettazione della sicurezza del lavoro, mettendolo in condizione di poter contribuire attivamente, e non passivamente, alla risoluzione dei problemi.” Cambiare il criterio di durata della carica di RLS. Tre anni; alle successive elezioni della RSU, se non fosse/ssero confermati, si vanifica il disposto dell’art. 37 c.10 del 81/’08. Tutto da rifare. Gli RLS devono poter svolgere il ruolo, ricevendo formazione continua ed aggiornamenti in base alla legislazione vigente. O no?

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