All you need is love

di Paolo Zambianchi

Un turbinio di emozioni. E’ così che ricorderò il Covid. E’ così che lo racconterò ai miei nipotini.
Forse la cosa più ironica del Covid è che il “distanziamento sociale” ci ha avvicinato emotivamente.
Prima che la Pandemia si avventasse su di noi, potevamo stare vicini fisicamente, ma percepivo una distanza emotiva. Poi qualcosa è cambiato attraverso le mille emozioni che il Covid ha suscitato in tutti noi, e dico tutti, dal primo all’ultimo, perché, anche se magari vissute con diversa intensità, le abbiamo vissute tutti.
Emozioni belle e brutte, che ci hanno dapprima avvicinato e poi ora, in alcuni casi, complice la diatriba su vaccino e green pass, nuovamente allontanato.
Ma c’è stato un momento, nel pieno dell’emergenza, in cui avremmo dato tutto pur di stare vicino alle persone che amavamo. Purtroppo, per molti, non c’era nessuna somma di denaro o nessun bene che potesse consentire loro di stare vicino alle persone amate.
Ci sono tante persone morte sole, sofferenze vissute senza poter avere accanto una persona cara, senza avvertire una carezza, una parola di conforto.
Nelle asettiche stanze di troppi ospedali, si sono consumati dolori atroci, prima di tutto psicologici, che hanno lasciato un segno anche in chi era fuori da quegli ospedali ma avrebbe voluto entrarvi, perché dentro quelle asettiche stanze si trovava qualcuno che loro amavano.
Gli unici che accedevano a quelle stanze li chiamavano EROI. Li chiamavano, appunto, passato del verbo chiamare.
Mi piacerebbe celebrare almeno una di quelle storie, uno di quegli EROI. A ognuno la scelta se continuare o meno a chiamarli EROI. Credo però sia almeno doveroso tributargli il meritato ringraziamento.

Il lago non si vede da lì. E nemmeno la montagna, con le sue rocce. Se non sai che c’è, potresti facilmente non vederlo quel negozio. E’ un piccolo negozio, chiuso tra gli edifici. Una piccola vetrina, tanta merce stipata dentro. Tutto quello che può servire e che serve a una piccola comunità. Una comunità unita, che Francesco ha contribuito a rendere tale. Una comunità che però ora è distante, fuori dalle fredde mura di quell’ospedale, di quella stanza, priva di amore. In una stanza di ospedale c’è sempre tutto ciò che serve ma manca l’amore. Gli unici che possono portarlo dentro sono i parenti e amici che ti vengono a trovare. Ma stavolta ciò non è possibile. Nessuno può entrare, solo il personale ospedaliero. E allora la possibilità di portare amore in quelle stanze viene demandato a loro, al loro buon cuore e alla loro leadership, alle loro scelte e alle loro emozioni.

L’amore per Emanuele non è mai stato scontato. A scuola, per strada, al benzinaio o al lavoro, poteva sempre capitare che qualcuno gli facesse notare la sua provenienza, il colore della sua pelle e si ritenesse nella condizione di poterlo offendere e insultare.
Eppure la vita ha voluto che fosse proprio Emanuele, l’unica persona a poter portare amore nella stanza dove soffre Francesco.
La radio è accesa nella stanzetta degli infermieri. Suona una vecchia canzone.
E’ stato un weekend faticoso, speso come volontario dei Vigili del Fuoco.

“Ma chi te lo fa fare” lo apostrofo Sandra, compagna di lavoro di Emanuele. Lei ormai sa riconoscere le occhiaie di Emanuele, dovute alla stanchezza.
“Mi sembra giusto così. C’è qualche novità?”
“Le solite cose, sulla lavagna trovi la situazione aggiornata. Ci ho pensato io poco fa.”

Emanuele si dirige diligentemente verso la lavagna per leggere quello che ormai viene definito un bollettino di guerra. Il lavoro è diventato talmente tanto che si inizia a farlo meccanicamente, come se su quella lavagna vi fossero i dati di pezzi da lavorare o merce da consegnare. Forse è necessario un certo distacco da quanto sta avvenendo, ma Emanuele si sforza di restare umano.

“Cavolo, quanti!”
“Eh si, e nessun miglioramento, anzi”.
Nella stanzetta entra Alessandra, con in mano un caffè e un foglio. Ha appena preso servizio. La guardia all’ingresso, che ha un debole per lei, stamattina non ha esitato a fermare proprio lei, con la scusa di doverle dare un foglio per un paziente.
“Ciao, sentite giù all’ingresso mi han dato questo foglio”
“Cos’è una dichiarazione d’amore?”
“Ma no, scema, quello non fa sul serio. E’ solo un piacione”
“Sarà!” e con un sorriso Sandra esce dalla stanza.
La radio sta ormai terminando il brano. Le parole “love is all you need, love is all you need” riecheggiano nella stanza.
Già…l’amore!

Emanuele guarda quel foglio. Scorge delle foto e dei disegni. Riconosce subito, tra le persone ritratte in quelle foto, un suo paziente.
“Dà qui” dice ad Alessandra tendendo la mano verso quel foglio.
Eh sì, si tratta di Francesco. Che bel sorriso, che faccia allegra. Purtroppo lui non lo ha mai potuto vedere così da quando è entrato in ospedale qualche giorno fa. Il casco anzi, rende ancora più difficile vedere i malati. Forse è un bene, forse aiuta a mantenere quel distacco. Forse sarebbe bene cestinasse quel foglio. Perché attraverso quelle foto, il distacco è andato a farsi benedire.
Emanuele sente qualcosa mescolarsi dentro di lui. Sente che la cosa giusta da fare è portare subito quel foglio a Francesco.
“Ma dove vai? Dovevamo fare il briefing”
Emanuele quasi non sente Alessandra.
Francesco quasi non sente Emanuele.
L’aria che circola nel casco rende difficile capire. Sembra che l’infermiere abbia qualcosa per lui. Sarà una medicina o qualche esame da fare. Di solito è questo ciò che devono dirti gli infermieri in ospedale.
Emanuele alza il foglio verso di lui. Lo mette in modo che Francesco possa vederlo. Gli occhi di Francesco si illuminano. Un cenno di sorriso si apre sul suo volto, prima che una lacrima solchi le sue guance.
Emanuele non può sentire bene cosa gli dica Francesco ma capisce che è un semplice “grazie”.
E’ in quel momento che capisce perché fa quello che fa e perché lo fa in quel modo.
E’ per quel “grazie” che i pazienti, spesso, gli rivolgono.
E’ per quel “grazie” che vale più di tutto.

Ed è un grazie quello che vorrei rivolgere a Emanuele e a tutte le persone che si sono spese e che si spenderanno per portare sempre più amore laddove l’amore spesso manca.
Grazie.

Ed è un grazie quello che cerco di ottenere dai colleghi quando mi impegno per dare il massimo e per mettere amore in quello che faccio. La Sicurezza sul Lavoro è anche amore. Vi invito a metterlo e vedrete quanti bei risultati otterrete. D’altronde: All you need is love!

Se non conosceste la storia eccovi un articolo.

Se invece volete vedere il sorriso di Francesco e il viso di Emanuele e sentire la storia dalla voce di Erminia, figlia di Francesco:

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1 commento

Michele Rovida 11 Dicembre 2021 - 17:42

Storia che non conoscevo, grazie. Le cose si possono fare o fare bene. E metterci amore e passione sono ingredienti che fanno la differenza nel nostro lavoro: ci consentono, appunto, di farlo bene! Complimenti

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