Non chiamatemi eroe – prima parte

di Paolo Zambianchi

Ancora una volta voglio parlarvi di un fatto di cronaca, vissuto da 6 diversi punti di vista, immaginati da me (i primi 3 in questo articolo, gli altri 3 nel prossimo articolo) per lasciarvi infine con una domanda importante: chi sono le safety rockstar?

Alberto vuole recuperare qualche minuto di sonno. Ieri sera ha fatto tardi e stasera si prospetta ben più lunga perché non avrà i suoi genitori col fiato sul collo a imporgli di andare a letto. Qualche giorno lontano dalla solita vita, dai soliti obblighi, è quello che ci voleva. Non è niente di che, è solo un campo estivo ma l’importante è che ci siano i suoi due amici più fidati e poi lei, che, seduta qualche fila più indietro, sorride chiacchierando con le sue amiche. Alberto la guarda per un’ultima volta e poi chiude gli occhi, sperando di poter riposare un po’ ed essere carico al massimo questa sera. Sono iniziate le gallerie e quindi il sole dà meno fastidio. Ci mette poco ad addormentarsi, quasi cullato da quel bus che, complici gli ammortizzatori un po’ spompati, procede mollemente sulla superstrada.

Di colpo però si sente un forte scoppio. Sembra provenire da dietro. Forse sono i ragazzi in fondo che, si sa, sono quelli che fanno sempre casino. Alberto si alza e si gira d’istinto a guardarli, pronto a riprenderli, lui che ha ben 2 anni in più di loro, vuole farsi rispettare. Ma loro sono stupiti quanto lui di quella esplosione. Il bus fa una brusca svolta e si ferma di colpo nel bel mezzo della galleria. L’autista, o almeno quello che Alberto pensa sia l’autista perché non lo aveva notato prima, si alza di scatto, diretto verso il coordinatore del loro gruppo. Ad Alberto viene in mente subito una scena che conosce bene: suo cugino, di Crema, 3 anni fa era stato sequestrato da un’autista che voleva portarli a Milano e aveva dato poi fuoco al bus. Appena vede il fumo uscire sul fondo, Alberto inizia a sentire l’aria venire meno. No, non è la mascherina, che ormai indossa da tempo e ci si è abituato, è la paura. Alberto non aveva mai avuto paura di morire prima di quel momento e si rende conto di non riuscire a muoversi, letteralmente bloccato da quella paura.

Sente una mano sulla spalla: è l’autista. Questa cosa lo lascia completamente senza fiato ma poi lui lo guarda, con voce ferma e calma e gli dice “dovete scendere subito dal bus, andate verso quelle luci verdi, dove c’è il simbolo dell’omino che scappa. Lì sarete al sicuro. Tu mi sembri più grande dei ragazzini in fondo, per favore verifica che scendano”.

L’autista procede verso le altre file del bus, raggiungendo anche Lisa, che per un secondo incrocia lo sguardo di Alberto. Sembra terrorizzata anche lei. Alberto invece si sente pian piano sempre più rassicurato dalle parole dell’autista e da ciò che sta facendo. Sembra davvero che sappia cosa fare mentre rapidamente, ma senza creare panico, aiuta i ragazzi ad alzarsi e a dirigersi verso l’uscita del bus e poi verso quel luogo sicuro, una sicurezza di cui lui e tutti gli altri ora sentono come un reale bisogno.

Alberto tende la mano a Lisa, mentre sprona i ragazzini in fondo a scendere dal bus, anche se ormai sono praticamente tutti scesi. L’autista è ora fuori dalla porta del bus e aiuta Lisa e lui a scendere. Gli indica Luca, il loro coordinatore, e gli dice: “Seguite lui, vi porterà al sicuro”. Detto questo rientra nel bus. Solo in quel momento Alberto si accorge che stringe tra le mani un estintore e, anche se si inizia a vedere qualche fiamma, lui rientra spedito nel bus.

“Dai, ragazzi, dentro la porta con le luci verdi, veloci”. La voce di Luca si ode forte nonostante il rumore delle auto che ancora sfrecciano e i ventilatori proprio sopra la loro testa. Luca è stupito di come stia reagendo in modo freddo a quanto sta accadendo. Non ha mai nemmeno partecipato ad una prova di emergenza prima nella sua vita. Figuriamoci essere investito di un ruolo da coordinatore di una vera emergenza. Lui il coordinatore nemmeno voleva farlo. Non voleva responsabilità di alcun tipo ma poi è arrivata forte e chiara la chiamata “Luca o tu li accompagni come coordinatore oppure il campo estivo non si farà! Non ci sono altre persone disponibili. Se ci tieni a rendere felice 24 ragazzi, devi fare il coordinatore”.

È così che ha accettato, anche se riluttante, di diventare suo malgrado, coordinatore del campo estivo.

“Luca, aiutami a far scendere tutti dal bus: quelle porte con le luci verdi conducono verso una zona sicura: devono raggiungerla tutti prima possibile. Velocemente ma senza fretta, rapidamente ma senza correre”.

È così che, solo pochi minuti fa, si è dovuto trasformare in un coordinatore di emergenza. Anche questo ruolo avrebbe voluto evitarlo, ancora più dell’altro. Ma dalle parole dell’autista ha capito che anche stavolta non poteva sottrarsi e che era ancora più importante. Quell’autista gli aveva trasmesso sicurezza e, nonostante continuasse a non capire come si potesse essere veloci senza fretta o rapidi senza correre, si è messo all’opera. Con decisione apre quella porta con le luci verdi, che tante volte aveva notato prima di allora, passando per quelle gallerie, domandosi dove conducessero. Apre ed entra lui per primo, per verificare che sia tutto ok. Poi esce subito e invita tutti a entrare. Dapprima i ragazzini che erano in fondo, che ora sono lì davanti alla porta, piuttosto spaventati per poi procedere velocemente, ma senza fretta, a far entrare via via tutti i ragazzi, compreso Alberto che chiude la fila, mentre sta ancora stringendo la mano di Lisa, che sembra tremare.

Lisa sente la sua mano tremare e a stento prova un poco di sollievo sentendo Alberto che gliela stringe. Luca ha chiuso nel frattempo la porta alle loro spalle. Mentre la chiudeva hanno visto l’autista scendere dal bus, gettare un estintore e dirigersi verso una cassetta rossa. Lui è ancora là fuori, mentre cominciano a vedersi chiaramente delle fiamme. Come là fuori ci sono i loro genitori, chi al lavoro, chi a casa. Lisa ora si sente un poco al sicuro ma ha paura per gli altri, per sua mamma che, appena saprà di quello che è successo, sarà forse sopraffatta dalla paura. Deve avvisarla che sta bene, ma, appena prende in mano il cellulare, vede che non c’è possibilità di chiamare nessuno. Sono nel mezzo di una galleria e lì il telefono non prende. Chissà quando potrà avvisarla.

Anna, la mamma di Lisa, lavora per una piccola azienda di trasporti. Un camionista sta entrando negli uffici e riferisce di aver appena sentito tramite il cb (la radio presente sui camion) che un bus ha preso fuoco nel bel mezzo della galleria di Fiumelatte, verso Mandello, sulla SS36.

Anna fa un rapido calcolo: ha accompagnato sua figlia circa 1 ora fa, prima di entrare in ufficio, e ha visto il bus partire. La SS36 l’ha percorsa mille volte e conosce bene i tempi: quello potrebbe essere il bus con a bordo sua figlia. Si alza e corre verso quell’uomo: “Che bus è? Di che bus si tratta? Di che colore?”.

“Bianco, non di linea. Mi sembra che abbiano detto che sopra c’era la scritta “croce rossa” o qualcosa così”.

Anna è sopraffatta dal terrore. Lisa non voleva partire, preferiva stare a casa, ma poi lei è riuscita a convincere un paio di sue amiche ad andare con lei: “e poi… sembra ci sia anche quel ragazzo di cui mi parlavi: Alberto, giusto?”.

Lisa si sta affacciando alla vita, con le sue prime esperienze. E ora sembra che la sua giovane vita sia stata spezzata. La sua, quella di Alberto e quella di altri 22 ragazzi, più Luca, il loro coordinatore, che Anna conosce bene, in quanto figlio di una sua cara amica.

Il mondo le crolla addosso al solo pensiero.

“Ma come è potuto succedere?” domanda qualcuno. “Magari un incidente” abbozza qualcun altro.

“No, impossibile” chiosa il titolare “il bus lo guidava il Mauro Mascetti, che normalmente guida le ambulanze e che ha una grande esperienza”.

Poi si avvicina ad Anna, che nel frattempo piange seduta su una sedia: “tranquilla Anna, lo conosco bene il Mauro e se è successo qualcosa lui avrà saputo sicuramente salvarli tutti”.

Ed è così che è andata realmente: Mauro Mascetti, l’autista del bus della Croce Rossa, che ha preso accidentalmente fuoco all’interno della galleria Fiumelatte sulla SS36, ha saputo intervenire tempestivamente e mettere tutti al sicuro, col contributo del Coordinatore del campo estivo. In realtà il coordinatore, che ha avuto un ruolo importante, non si chiama Luca e non so realmente come abbia reagito a ciò che è successo. Non so neanche se qualcuno dei ragazzi si chiamasse Alberto o Lisa. Quello che so, è che Mauro Mascetti ha chiesto di non essere chiamato “eroe” ma credo che possa essere chiamato “safety rockstar”. Voi che ne dite? Chi è realmente una safety rockstar? Può essere una persona che, mettendo a frutto le proprie conoscenze teorico-pratiche e la propria leadership salva vite umane?

E quante vite umane ha realmente salvato Mauro Mascetti? Quelle di 24 ragazzi e del loro coordinatore, oltre alla sua? E quella dei loro genitori? E quelle di altre persone?

Ne parliamo nel mio prossimo articolo: dovrete pazientare il prossimo mese. Così avrete modo di rifletterci. Intanto buone vacanze!

Se non conosceste la storia eccovi un articolo.

Se invece volete vedere Mauro Mascetti e sentire la storia dalla sua voce, ecco il link.

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2 commenti

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2 commenti

Claudio Compagni 26 Luglio 2021 - 10:43

Grande Paolo! Ottimo articolo!

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Michele 26 Luglio 2021 - 22:10

E come facciamo ad aspettare un mese? Magari riflettendoci e pensando a cosa avremmo fatto noi in una situazione simile. Bravo Paolo

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