Nella Sicurezza “io sono l’altro”

di Mario Rosa
Nella Sicurezza “io sono l’altro”

Pensieri sulla sicurezza ispirati da Niccolò Fabi – Io sono L’altro (2019)

Io sono io, non vi sono dubbi.

Ma sono anche te. E sono anche l’altro. Forse io, da solo, non sono nessuno.

Per ESSERE ho bisogno che ci sia qualcun altro con cui interagire. E in questa interazione c’è la vita.

“La tua felicità dipende solo da te!” Dicono. Cazzate.

La tua felicità dipende dal modo in cui ti prendi cura di te e della tua interazione col mondo intorno. Con gli altri, con l’ambiente, con il sistema Pianeta Terra. La mia vita, una vita sana, sicura, felice non può che dipendere dal modo in cui me ne prendo cura prendendomi cura anche di chi condivide con me quel pezzo di cammino nella storia dell’uomo che si chiama vita.

Quindi quando agiamo, prendiamo decisioni, attuiamo comportamenti, siamo sempre “l’altro” per gli altri. Anche inconsapevolmente, anche involontariamente.

Quando, nel lavoro, sottostimiamo il rischio (“a me non succede”) ci dimentichiamo di quante ripercussioni e su quante persone potrebbe riverberarsi un’incauta valutazione.

Sentirsi Sicuri, agire “in Sicurezza” vuol dire garantire a se stessi e agli altri di sperimentare sulla propria pelle l’assenza di pericoli, di minacce, di ostilità. Ogni volta che scegliamo (perché è di SCELTA che si parla, sempre, anche se riguarda più livelli che vanno dalla scelta individuale alla governance di un’intera organizzazione) generiamo. Generiamo, diamo vita a conseguenze. E le conseguenze talvolta possono essere un biglietto di sola andata.

E allora pensiamoci a questi altri da noi, perché sono “quelli che il tuo stesso mare lo vedono dalla riva opposta” ma, anche, noi lo siamo per loro.

La nostra vita è sempre, in qualche modo, affidata nelle mani degli altri.

Sono quello che ti anticipa al parcheggio e ti ritarda la partenza”. “Sono il chirurgo che ti opera domani”, “quello che guida mentre dormi”.

E allora prova a farti un giro “nei miei vestiti” quando sono fiero e orgoglioso di un lavoro ben fatto in cui nessuno si è fatto male. E gioisci con me.

Ma fatti un giro nei miei vestiti quando mi chiedi (o pretendi) che io lavori in modo non sicuro. Perché non c’è tempo, non c’è budget. Non c’è attenzione. Non c’è cura.

Fatti un giro “nei miei vestiti” quando, esitante, dovrò comporre il numero di telefono di una madre, di un marito, di una amica per dire che qualcuno non ce l’ha fatta. Perché era distratto. O perché non vi erano protezioni adeguate. O perché l’attività non era sufficientemente organizzata ai fini dell’incolumità delle persone.

Quelli che vedi sono solo i miei vestiti. Adesso facci un giro…e poi mi dici”.

 

 

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